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Incendi e minacce per estorcere denaro a due imprenditori: tre uomini in manette

Le indagini dei carabinieri della compagnia di Peschiera del Garda, riguardano fatti che sarebbero avvenuti tra il luglio del 2018 e il marzo 2019, nei confronti del titolare di un'azienda edile e del cognato che opera nel turismo

 

Tre pregiudicati, due dei quali di origine calabrese e residenti nel veronese, sono stati arrestati e portati in carcere dai carabinieri della compagnia di Peschiera del Garda nelle prime ore del mattino di mercoledì 6 maggio, per essere stati ritenuti responsabili di estorsioni aggravate, tentate e consumate in concorso e in più occasioni, nel periodo che va da luglio 2018 a marzo 2020. 
Le indagini dei militari del nucleo operativo e radiomobile di Peschiera, coadiuvati dai colleghi della stazione di Lazise, hanno preso il via nel novembre del 2019 con al centro quattro pregiudicati italiani residenti nelle province di Verona e Mantova,sospettati di essere i responsabili di diversi reati commessi in concorso tra loro e in più occasioni a partire dall’estate dell'anno precedente. Si trattatava di danneggiamento seguito da incendio, estorsione, minacce e tentata estorsione, nei confronti di un imprenditore edile e di uno che opera nel settore turistico, titolari di imprese con sedi a Lazise e a San Giorgio in Salici. 

Incendi e minacce

Nel mese di luglio 2018 l'imprenditore edile è rimasto vittima dell’incendio doloso di un mezzo pesante della sua azienda, con un danno di circa 30 mila euro. Successivamente l'uomo sarebbe stato indotto da G. V. e G. M., zio e nipote di origini calabresi (due degli indagati citati), a consegnare loro 20 mila euro per fare da mediatori con i presunti responsabili del rogo, così da scongiurare nuovi episodi di questo tipo. 
Ad ottobre dello stesso anno invece, è stato l'imprenditore turistico a rimanere vittima di un incendio doloso di una casa mobile e del danneggiamento di altre cinque, collocate all’interno di un campeggio di Lazise di cui è titolare. Nel successivo mese di novembre un'altra casetta mobile è stata danneggiata e da lì in avanti, per diversi mesi e fino ad epoca recente, l'uomo sarebbe stato raggiunto da diverse minacce telefoniche dal tenore molto acceso. 
Gli episodi denunciati e le intimidazioni subite avevano intimorito i due imprenditori, i quali sono stati rassicurati dai carabinieri che hanno offerto loro la massima disponibilità, riuscendo così a guadagnarsi la loro fiducia: a beneficiarne è stata naturalmente l'attività investigativa, che avrebbe così permesso di individuare gli elementi probatori a carico degli indagati. 

Le indagini

Le indagini sono state subito indirizzate verso due soggetti di origine calabrese: G.V., classe 1947, pregiudicato e residente a San Pietro in Cariano; e G.M., classe 1974 e residente a Sona. Nei confronti di zio e nipote sarebbero stati raccolti elementi a loro carico, in relazione all'estersione di 20 mila euro nei confronti dell'imprenditore edile, perché non avesse più "problemi" come l'incendio del suo mezzo. Proprio per quest'ultimo atto intimidatori sarebbe stata accertata la responsabilità dei due parenti, nonostante questi avessero tentato di attribuirla a fantomatiche "terze persone pericolose", che non avrebbero più infastidito l'impresario grazie alla loro protezione. 
L'attività investigativa inoltre avrebbe consentito agli uomini dell'Arma di attribuire agli indagati anche la responsabilità delle telefonate anonime a minacciose ricevute dall’imprenditore turistico, per cercare di estorecergli denaro con il medesimo modus operandi utilizzato nel precedente caso. In particolare quest’ultimo, in più occasioni, sarebbe stato sollecitato dagli indagati ad organizzare un incontro con l'altro imprenditore (di cui è cognato), così che zio e nipote potessero intercedere con gli autori degli incendi avvenuti nella struttura ricettiva di Lazise (che secondo quanto appurato dai carabinieri, sarebbero invece opera loro) per "proteggerlo" da altri fatti simili. L'imprenditore turistico si rifiutava tassativamente di incontrarli e in tale contesto sarebbe emerso il coinvolgimento di un altro uomo di origine veronese, T.A., classe 1968 ritenuto dalle forze dell'ordine l'esecutore materiale delle telefonate minatorie effettuate con cellulari ed utenze non collegabili direttamente a lui e ai complici, e quindi utilizzate esclusivamente a tale scopo.

Nel corso dell'indagine sarebbe stato registrato inoltre il coinvolgimento di M.S., classe 1971, residente nella provincia di Mantova e pregiudicato, indagato con l'accusa di aver incendiato, in concorso con G.M., l’autocarro di proprietà di un altro imprenditore della zona, come vendetta dell'uomo di origini calabresi, per un lavoro da quest’ultimo eseguito e non interamente retribuito. Nei confronti di M.S. non sono stati presi provvedimenti restrittivi ma è stato rinviato a giudizio.

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Gli arresti

Messi a sistema tutti gli elementi raccolti, i carabinieri avrebbero riscontrato il collegamento tra le condotte di tutti gli indagati, i quali, non scoraggiati dalla resistenza dell’imprenditore turistico, avrebbero insistito nel fargli giungere le loro minacce sia telefonicamente, sia indirettamente tramite il cognato, così da indurlo a versare il denaro che poi avrebbero diviso tra loro, in base al compito svolto.
L'autorità giudiziaria di Verona, concordando sugli elementi raccolti dai militari operanti a carico degli indagati, ha dunque emesso un'ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere a carico di G.V., G.M. e T.A., mentre M.S. è stato rinviato a giudizio. 
Così, alle prime luci dell'alba del 6 maggio, i carabinieri de Nor di Peschiera e della stazione di Lazise, con il concorso dei Comandi competenti sul territorio, hanno eseguito le ordinanze di custodia cautelare in carcere, arrestando i tre: tutti, dopo le formalità di rito, sono stati condotti nella casa circondariale di Vicenza. 

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