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Fondazione Arena. Comitato Opera Nostra chiede le dimissioni dei vertici

Per il comitato cittadino e per il Partito Democratico, le responsabilità dell'attuale situazione non sono dei lavoratori ma della dirigenza dell'ente lirico

La linea del sindaco Tosi (e di chi la pensa come lui) è semplice, forse anche troppo. L'ultimatum era: o si trova l'accordo per la Legge Bray, oppure si liquida la Fondazione Arena. L'accordo è stato bocciato dai lavoratori, quindi si va verso la liquidazione. E la responsabilità è dei lavoratori che hanno detto no.

Una visione che non prende in considerazione le ragioni di quella seppur piccola maggioranza di lavoratori che non hanno approvato l'accordo sottoscritto dai sindacati. Non le prende in considerazione perché non esistono ragioni tanto grandi da preferire la liquidazione dell'ente lirico. Un punto di vista che semplifica talmente tanto da far pensare che votare no all'accordo coincida con votare sì alla liquidazione.

La realtà però è più complessa e sfumata di come la si vuole descrivere. Dietro al rifiuto dei lavoratori all'accordo c'è un rifiuto agli attuali vertici della Fondazione Arena. "Le maestranze della Fondazione Arena - scrive il Comitato cittadino Opera Nostra - hanno dimostrato grande dignità respingendo un accordo che imponeva a loro sacrifici (per ora solo economici), mantenendo al loro posto quei dirigenti, primo fra tutti Girondini, che hanno spinto la Fondazione Arena sull’orlo del baratro. L’accordo, a nostro avviso, era invalidato già nelle note di premessa, nelle quali gli stessi sindacati firmatari affermano che, nonostante le ripetute richieste, non sono stati consegnati né i documenti sui quali si basano le cifre contenute nel testo (tra i quali il bilancio consultivo 2015 della Fondazione Arena), né i verbali degli incontri tra la dirigenza e i sindacati".

Il Comitato è tornato quindi a chiedere le dimissioni dell'attuale dirigenza e "ringrazia la lungimiranza dei lavoratori della Fondazione, che per primi si rendono conto che non può esistere un futuro con un gruppo dirigente che, nonostante la gravissima situazione, non ha ancora prodotto nessun piano credibile (e documentato) di risanamento. Questa dirigenza deve andare a casa perché colpevole di aver dilapidato milioni di denari pubblici creando e indebitando società come Verona Extra o il museo AMO, inserite all’interno dei bilanci della Fondazione. Il nostro obiettivo rimane quello di permettere un reale rilancio della Fondazione Arena, ma per fare questo le condizioni imprescindibili sono le dimissioni del gruppo dirigente".

Dello stesso avviso il Partito Democratico: "L'esito negativo del voto dell'assemblea a un passo dall'accordo esprime in modo inequivocabile un malessere nei confronti di chi ha gestito l'Istituzione, tra le più importanti della città, senza autorevolezza, privilegiando la difesa ad oltranza di un management fallimentare rispetto alla ricerca di una efficace e condivisa risoluzione. Se Tosi avesse rimosso Girondini o, meglio, se il sovrintendente con dignità si fosse fatto da parte, probabilmente anche i sacrifici chiesti ai lavoratori avrebbero acquistato un valore diverso, in un clima, forse, non così esasperato tra le parti".

Rimane da giocare la partita tra commissariamento o liquidazione, con Tosi che vorrebbe andare fino in fondo, liquidando Fondazione Arena e organizzando la stagione estiva con il Comune e i privati. Mentre il Comitato Opera Nostra ricorda che il commissariamento è un passaggio obbligato e ora anche il PD chiede al Ministro Franceschini di indacare velocemente un commissario anche se prima si deve percorrere un'ultima strada: "immediata riapertura della trattativa con i dipendenti, fondata sul presupposto di una discontinuità nel management".

Già, riaprire la trattativa con i dipendenti. Una strada difficile da percorrere da un sindaco che vede proprio nei dipendenti gli unici responsabili del fallimento.

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