Venerdì, 17 Settembre 2021
Cronaca Centro storico / Via Roma

Fondazione Arena, comitati all'attacco: "Strategia subdola per privatizzare"

Ampia l'analisi del comitato Opera Nostra che va all'assalto della politica locale e nazionale. Il comitato Pro Fondazione Arena se la prende invece con il direttore Tartarotti in ferie

Sindacati e dirigenti di Fondazione Arena si confronteranno la prossima settimana sul piano di risanamento proposto dal commissario Carlo Fuortes per accedere ai contributi della legge Bray. Intanto, i lavoratori hanno incassato gli applausi del pubblico dell'Aida del 14 agosto, cominciata con 30 minuti di ritardo per lo sciopero con cui è stata manifestata la contrarietà ai tagli, in particolare a quello del corpo di ballo

Oltre al pubblico anche i comitati dei cittadini si sono schierati contro i vertici della fondazione. Il comitato Pro Fondazione Arena se l'è presa con il direttore Francesca Tartarotti, in ferie mentre la stagione estiva è in corso. "Si vede che il principio che tutti debbano lavorare quando il bisogno è massimo, presenta delle eccezioni, visto che il capo del personale è in vacanza - scrive Pro Fondazione Arena - Il fatto è inspiegabile, segno di una irresponsabilità ingiustificata, anche per il compenso da 125 mila euro all'anno che la fondazione, pur in difficoltà finanziarie, eroga alla dirigente".

Più ampia invece l'analisi del comitato Opera Nostra che in una nota scrive: "La vicenda della Fondazione Arena è arrivata ad una svolta e finalmente, come si diceva un tempo, il re è nudo. In più di un’occasione abbiamo messo in evidenza quali erano i punti di interesse comune tra il sindaco Tosi e l’uomo di fiducia del ministro Franceschini, il commissario Fuortes. La privatizzazione è il punto di arrivo desiderato da entrambi, e il decreto legislativo del 24 giugno 2016, n. 113 che consegnerà la gran parte delle Fondazioni lirico-sinfoniche e dei teatri italiani nelle mani del capitale privato, lo dimostra chiaramente".

"Il decreto suddetto - continua il comitato - prevede di togliere i sussidi statali nel caso non si arrivi alla parità di bilancio. Un domani non troppo lontano, la stessa filosofia potrebbe essere adottata nei confronti delle scuole o della sanità. I governi hanno il compito di scegliere dove destinare i soldi pubblici e i nostri governanti hanno deciso di regalarli ai banchieri e di investirli in cannoni. D’altra parte, nell’era dell’odio instillato goccia a goccia e del mercato come unico regolatore sociale, la cultura fa paura. Fuortes è stato mandato a Verona per calmare le acque, chetare gli animi e le proteste dei lavoratori e dei comitati cittadini. Per favorire il progetto del Ministro, la tensione crescente a Verona era controproducente e avrebbe potuto creare un pericoloso precedente per gli altri teatri. Tutto doveva svolgersi in un mare calmo, dove paradossalmente gli uomini e le donne dovevano annegare in silenzio, senza sbracciarsi troppo, per non distogliere la cittadinanza dal suo torpore. Concedere l’accesso alla legge Bray è un’azione che va in questo senso. Non sappiamo se l’accesso alla legge Bray sarà di fatto inficiata dal decreto di cui sopra, ma sappiamo che gli indirizzi della Bray sono disattesi, nel momento in cui si progetta la chiusura del corpo di ballo. Una marchetta pagata al sindaco Tosi, ipotizziamo in cambio della fedeltà del suo gruppo parlamentare e di un sì al referendum istituzionale".

"Ma non è solo questo - prosegue la nota del comitato Opera Nostra - è la strategia più subdola trovata per garantire la privatizzazione dopo gli eventuali tre anni di permanenza nella legge Bray. Infatti la scellerata decisione di sopprimere il corpo di ballo metterebbe a rischio il ricorso agli ammortizzatori sociali per tutte le maestranze della Fondazione, ridurrebbe sensibilmente l’apporto di aiuti statali (il Fus) nel periodo garantito dalla legge Bray ed esporrebbe la Fondazione ad una sequela di ricorsi, e alla conseguente richiesta di indenizzi, da parte dei ballerini sostituiti nel loro lavoro da altri ballerini precari. Il piano prevede addirittura degli incentivi all’esodo quantificati in 70mila euro a ballerino. È chiaro a questo punto che la chiusura del corpo di ballo non solo è una misura antieconomica, ma pregiudica gli stessi bilanci futuri di Fondazione Arena e in più riduce la qualità della proposta artistica. Il commissario ha provato a slegare la parte del piano inerente i lavoratori da tutto il contesto, rifiutandosi di misurarsi con le questioni aperte che, se risolte, avrebbero potuto davvero gettare le basi del risanamento. I sindacati purtroppo hanno subìto questa impostazione e così, a fronte di un grande sacrificio delle maestranze, l’apporto della dirigenza al bagno di sangue per risanare si risolve nella parola razionalizzare. Unicredit, che resta la monopolista della biglietteria della Fondazione, le nega beffardamente liquidità, essendo il principale creditore. Nessun cambiamento apportato da Fuortes su questo piano, nemmeno la ricerca di nuove linee di finanziamento, quali, ad esempio, quella della Banca Popolare. Mentre il sindaco toglieva l’acqua al pesce dimezzando i finanziamenti comunali promessi e inducendo Agsm e Camera di Commercio a fare altrettanto, nessuno gli ha chiesto perché mai l’affitto dell’anfiteatro veronese, concesso agli spettacoli extra lirica non superi i 40mila euro a fronte di un’incasso per gli affittuari che sfiora i 500mila euro a serata. Un’aumento del canone o una trattenuta in percentuale dell’incasso potrebbe costituire un bonus per la lirica. Il fatto è che il sistema Verona, di fatto in mano alle banche con la compiacenza di troppi politici ed imprenditori, si è sposato alla perfezione con gli interessi ministeriali, garantiti da Fuortes. Sarà forse questo il motivo per cui lo stesso Fuortes ha deciso di non intentare nessuna azione di responsabilità nei confronti della dirigenza di Fondazione Arena, nonostante ne avesse le competenze, e nonostante fosse consapevole che i debiti di svariati milioni di euro, accumulati negli ultimi anni, non possono in nessun modo essere imputati ai lavoratori".

"E così - conclude il comitato - dopo la vendita a CariVerona del Palazzo del Capitanio, di Palazzo Forti e di Castel San Pietro, anche il più famoso anfiteatro al mondo rischia di diventare appannaggio di quel sistema, precarizzando il lavoro con la conseguenza, a cascata, di diminuire drasticamente l’offerta artistica, gli spettatori e l’indotto economico da loro alimentato. Un’ultima considerazione dev’essere rivolta alla politica veronese, in gran parte balbuziente sulla vicenda. La palma dell’ipocrisia va in ogni caso ai parlamentari del Partito Democratico (Rotta, D’Arienzo, Dal Moro e Zardini). Mentre in loco si stracciano le vesti rispetto alla situazione gravissima che vive la Fondazione e ai pericoli di privatizzazione, a Roma non hanno esitato a votare compatti il decreto che affonda, tra le altre, Fondazione Arena. In ogni caso passerà Tosi, passerà Renzi, ma tra tre anni, quando scadrà la legge Bray, sempre che venga concessa, cittadini e lavoratori saranno ancora a lottare contro i tentativi di privatizzazione. Tre lunghi anni per organizzarci, informare e mettere a nudo, oltre al re, anche il sistema Verona".

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