Cronaca Centro storico / Piazza Bra

Quel pasticciaccio brutto del green pass: dalla confusione sui controlli alle sanzioni ai titolari delle attività

Il titolare di servizi ed attività rischia multe al pari del cliente, viene chiamato a controllare il possesso del green pass ma non che il cliente ne sia l'effettivo titolare: il vasto mare dei paradossi della certificazione verde

Dallo scorso 6 agosto 2021 è ufficialmente divenuto obbligatorio essere titolari del green pass per acccedere a diversi luoghi e fruire di numerosi servizi. Si va dalle palestre ai locali della ristorazione seduti al chiuso, o ancora cinema e teatri, al pari di sale scommesse, piscine coperte, musei ed altri luoghi della cultura. Dal prossimo 1 settembre l'obbligo riguarderà anche le università, sia per gli studenti che per il personale, oltre ad alcune tipologie di trasporti. Al netto delle polemiche sulla legittimità o meno dell'introduzione del green pass, quest'ultimo rappresenta lo "strumento" amministrativo scelto dal governo per gestire la pandemia in questa fase. Di qui bisogna partire per valutare a che punto siamo oggi.

L'idea essenziale alla base dell'introduzione del green pass è più o meno questa: cari gestori di ristoranti, bar, piscine, palestre, teatri, cinema, etc., tra un mesetto o due, diciamo ottobre o novembre, rischiamo di dover chiudere tutto di nuovo, sì proprio come un annetto fa. Questo perché il virus di oggi, cioè fondamentalmente la variante Delta, è assai più contagioso di quello che si propagava un annetto fa. Ora, per evitare nuove serrate forzate di attività economiche e sociali, iniziamo ad introdurre una sorta di "passaporto vaccinale", per dirla con le parole che diversi mesi fa utilizzava il governatore del Veneto Luca Zaia, consentendo solo ad alcune persone di fruire di servizi ed attività che così prospettiamo di poter tenere aperti e vivi anche il prossimo autunno/inverno. Così ragiona il governo, più o meno. Il green pass è questa roba qua, non è uno "strumento di libertà", ma non è nemmeno una "stella di David" per chi non ce l'ha, è il rudimentale tentativo di convivere con un virus, dicendo chiaro e tondo ai cittadini: guarda che è molto meglio se col virus ci convivi da vaccinato, ed è meglio per te ma anche per la tua comunità. L'escalation di polemiche sul green pass in Italia è in tal senso inversamente proporzionale al senso civico, già purtroppo ben poco diffuso nel nostro Paese.

Il vaccino non è un'arma perfetta, ma ha un indiscutibile merito: è l'unica vera arma che, ad oggi, si possiede contro il virus. Chi oggi si appella alla "libertà" e cita la Costituzione italiana, dimentica forse che quest'ultima non afferma in alcun luogo che la libertà del singolo sia assoluta, cioè etimologicamente parlando ab-soluta, ovvero sciolta da quella degli altri, ma al contrario sempre condivisa insieme ad altri, cioè limitata dalla presenza degli altri: esisto io con altre persone, la libertà costituzionalmente rilevante è il frutto di una mediazione tra la mia libertà e quella degli altri, ovvero l'interesse pubblico che può limitare i diritti soggettivi. Tradotto: tu hai il diritto di andare al cinema, ma io ho il diritto di non contrarre un virus potenzialmente letale mentre guardo un film in sala al tuo fianco, o per lo meno ho il diritto di pretendere che venga ridotta il più possibile questa scongiurabile eventualià. Il green pass fa questo: non elimina il rischio di infezione e malattia, prova a ridurre il più possibile tale rischio, ovvero le occasioni di contagio lasciando al contempo aperte e funzionanti quante più possibili attività economiche e sociali. Ecco perché alla fine il "discorso" no green pass finisce sempre con il contaminarsi attraverso negazionismi, riduzionismi, qualunquismi attorno alla pandemia da Covid-19 e no-vaxismi attorno ai vaccini anti Covid-19, perché semplicemente se così non facesse non potrebbe argomentativamente stare in piedi. 

Tutto questo significa forse che il green pass sia uno strumento perfetto o che finora il governo italiano lo abbia gestito nel migliore dei modi? No di certo, è uno strumento assai sperimentale e problematico che burocratizza e stratifica la società come forse prima non si era mai visto, rischia di creare delle "sacche" interne alla società di emarginati per delle difficoltà pratiche ad ottenerlo, al di qua dunque della scelta di vaccinarsi o meno. Basti pensare ai soggetti anziani, oppure agli immigrati che difettano linguisticamente e hanno maggiori difficoltà a capire cosa diavolo stia succedendo a livello politico, sociale, economico e culturale nel Paese in cui comunque vivono. Ma il green pass crea anche un effetto ulteriore: produce una sorta di estensione generalizzata del controllo sociale diffuso per cui si diviene sempre più tutti controllori e controllati, e su questo punto il governo nelle ultime ore è andato abbastanza in confusione. Dapprima si è affermato che i gestori delle attività coinvolte dall'obbligatorietà del green pass avrebbero essi stessi dovuto fare i controlli all'ingresso dei rispettivi locali, rischiando altrimenti in prima persona delle sanzioni e addirittura, in caso di recidivia, la sospensione dell'attività. Ieri però la ministra dell'Interno Lamorgese ha detto che i titolari delle attività coinvolte, non essendo pubblici ufficiali, non potranno richiedere l'esibizione di un documento d'identità per verificare la corrispondenza tra la persona che esibisce il green pass ed i dati identificativi riportati sulla stessa certificazione verde. Questo, da un lato, smentisce esplicitamente quanto invece scritto in una circolare del ministero della Salute, così come nel decreto del governo e pure nel manuale d'uso della App VerifiC19, dall'altro crea tutta una serie di paradossi ed effetti collaterali che ora vedremo più da vicino.

Ministero della Salute - Istruzioni Green Pass Covid App VerifiC19

Ministero della Salute - Istruzioni Green Pass Covid App VerifiC19

Si attende con ansia in queste ore l'annunciata circolare di chiarimento da parte del Viminale, ma se davvero dovesse essere confermato l'indirizzo emerso dalla parole pronunciate dalla ministra dell'Interno Lamorgese, probabilmente potrebbe non bastare. Se si chiede ai gestori di attività coinvolte dall'obbligo del green pass di essere anche dei controllori in prima battuta, ovvero dei «verificatori» attraverso la App VerifiC19, è evidente che li si sta investendo di un "potere" di controllo che, normalmente, spetta alle forze dell'ordine. Ieri la ministra Lamorgese ha da un lato affermato che queste ultime potranno fare solo dei «controlli a campione», dunque ribadendo che la verifica del possesso del green pass all'accesso dei vari locali competerà prioritariamente ai gestori delle attività coinvolte, ma dall'altro ha dimezzato il potere di "controllo" comunque assegnato ai titolari di ristoranti, bar, palestre, cinema etc., affermando che appunto non potranno richiedere l'esibizione del documento d'identità che attesti la «corrispondenza» dei dati anagrafici riportati sul green pass.

Ora, facciamo un esempio banale: se una persona non vaccinata, senza tampone e che non è nemmeno guarita da Covid-19, si presenta in un ristorante con il green pass "prestato" dallo zio o da un amico, il gestore di quel ristorante può solo verificare che tale green pass sia valido, ma non che la persona che ha dinanzi ne sia l'effettivo titolare. A quel punto questa persona si siede nel suo locale e mangia, magari per sua sfortuna era positivo al virus Sars-CoV-2 ed infetta altre dieci persone. Il green pass si è rivelato inutile. Altra ipotesi: quella stessa persona entra, si siede e mangia, ma casualmente nel locale arriva un controllo della «polizia amministrativa», citando la ministra Lamorgese, e a quel punto viene chiesto di esibire sia il green pass che un documento d'identità. Una volta scoperta, quella persona verrà senza dubbio sanzionata ed anche pesantemente, ma che ne è del titolare del ristorante? Che ne è cioè del «verificatore» che ha sì verificato il possesso del green pass, ma non ha potuto chiedere il documento di identità e dunque verificare anche la «corrispondenza» dei dati anagrafici? Il decreto-legge 23 luglio 2021, n. 105 prevede per lui sanzioni da 400 a 1.000 euro e la sospensione fino a dieci giorni dell'attività in caso di recidivia, qualora venga trovato nel suo locale qualcuno senza green pass. Ma è evidente l'assurdità del contesto: sono obbligato a verificare, ma ho un potere di verifica dimezzato che rischia così di ritorcermisi contro. Giunti a questo punto si dovrebbe allora esentare il gestore di un locale dalle sanzioni, ma non si risolverebbe comunque il rischio che, considerata l'estensione delle attività coinvolte, in moltissime situazioni diversi soggetti potrebbero utilizzare il green pass di qualcun altro e farla franca. 

Lamentarsi di pretesa violazione della privacy o denunciare senza riserve un supposto abuso di potere da parte di chi viene chiamato a controllare, oggi nell'epoca dei social network attraverso i quali senza alcun ripensamento cediamo quotidianamente fette estreme di privacy ed esercitiamo un reciproco controllo sociale gli uni sugli altri, fa abbastanza sorridere. Il vero nodo è però che lo strumento del green pass non può nemmeno essere presentato come l'acqua fresca e poi ridotto praticamente a rugiada: o lo si utilizza severamente, come misura straordinaria coercitiva che investe anche i titolari delle attività di un potere di controllo pieno, oppure si sceglie che sia solo lo Stato a poter verificare, dunque assumendosi l'onere di mettere in campo forze e risorse che, invece, pare di capire in realtà si faccia abbastanza fatica a reperire e garantire. L'impressione, invece, è che oggi ci si sia un po' arenati in mezzo al guado, non sapendo più se procedere oltre o tornare indietro.

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Quel pasticciaccio brutto del green pass: dalla confusione sui controlli alle sanzioni ai titolari delle attività

VeronaSera è in caricamento