Avrebbe somministrato morfina ad un neonato, condannata infermiera

Tre anni e sei mesi di reclusione, questa la sentenza per l'imputata che dovrà anche risarcire con 20mila euro il bimbo e la sua famiglia

(Foto di repertorio)

È stata condannata l'infermiera veronese accusata di aver somministrato morfina ad un neonato ricoverato nell'ospedale di Borgo Roma. Il processo di primo grado si è concluso martedì scorso, 14 luglio, ma l'imputata si è sempre dichiarata innocente e per questo i suoi legali probabilmente faranno ricorso in Appello, non appena saranno rese note le motivazioni della sentenza.

L'entità della condanna per lesioni aggravate è inferiore a quanto era stato chiesto dal pubblico ministero ed è stata ripresa da Fabiana Marcolini su L'Arena: tre anni e sei mesi di reclusione. A cui si aggiunge un risarcimento da 20mila euro che l'infermiera dovrà pagare al bimbo e alla sua famiglia. Invece, L'Azienda ospedaliera universitaria integrata (Aoui) di Verona, coinvolta nel processo come responsabile civile per l'operato della sua dipendente, non dovrà pagare alcun risarcimento.

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È terminato dunque un capitolo, ma non l'intera vicenda giudiziaria dell'infermiera di Nogara che nella notte tra il 19 e il 20 marzo di tre anni fa avrebbe dato della morfina ad un bimbo nato da meno di un mese per interrompere il suo pianto. La morfina avrebbe provocato nel piccolo un'overdose che avrebbe potuto spegnerlo. Il neonato è stato salvato proprio perché l'infermiera imputata consigliò al medico di usare il Narcan, una farmaco usato per bloccare gli effetti degli oppioidi, come appunto la morfina. Il fatto che l'infermiera sapesse esattamente cosa utilizzare fece ricadere subito le accuse su di lei e, dopo le indagini della polizia, scattò l'arresto.
Ma la vicenda non si è conclusa anche perché un'altra infermiera è stata indagata, in seguito a quanto è emerso durante questo processo. E la vicenda non è conclusa anche perché mancano prove schiaccianti di colpevolezza. È stata trovata morfina sul ciuccio del bimbo; l'imputata è stata vista tenere in braccio il bimbo, pur non essendo di sua competenza; e soprattutto l'imputata aveva accesso alla morfina, da somministrare secondo prescrizione ad un'altra bambina. Tre indizi, importanti sì, ma non definibili come prove certe. Eppure, questi indizi, insieme a tutto ciò che è stato prodotto dall'accusa, sono stati ritenuti sufficienti per arrivare ad una sentenza di condanna.

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