Citrobacter. «Mia figlia Nina ed altri tre bambini morti per scarsa igiene»

Lo sfogo di Francesca Frezza, madre della prima vittima del batterio killer a Verona. Mentre emergono sempre nuovi dettagli sulla relazione ispettiva realizzata dalla commissione regionale

Ingresso dell'ospedale della donna e del bambino (Fermo immagine video Facebook)

Non è stata resa pubblica, ma con il passare del tempo emergono sempre nuovi dettagli della relazione compilata dalla commissione ispettiva regionale sul batterio killer che in due anni avrebbe infettato 96 neonati nell'ospedale della donna e del bambino di Borgo Trento, a Verona. Il batterio in questione è il citrobacter koseri e avrebbe causato la morte di 4 bambini e ad altri 9 avrebbe provocato gravi lesioni. I genitori di questi bimbi si sono rivolti alla Procura di Verona, la quale ha aperto un'indagine ed ha ricevuto dalla Regione Veneto gli esiti dell'ispezione svolta dalla commissione.

Come emerso dalle prime anticipazioni, il citrobacter si sarebbe annidato insieme ad altri batteri in un rubinetto usato dal personale della terapia intensiva neonatale dell'ospedale. Aprendo quel rubinetto, il microrganismo sarebbe entrato nell'acqua con cui potevano essere lavati i neonati o i loro biberon o con cui si lavavano le mani gli stessi operatori del reparto.
Altri stralci della relazione sono però emersi ed uno scaricherebbe alcune responsabilità dalle spalle della Regione Veneto, la quale non sarebbe stata avvisata del cluster epidemico in corso dal 2018 nell'ospedale veronese. Una mancanza di comunicazione che a questo punto farebbe ricadere gran parte delle responsabilità sulla struttura. Un ospedale in cui nel 2018 l'utilizzo dei prodotti per l'igiene sarebbe stato al di sotto degli standard minimi fissati dall'Oms (Organizzazione mondiale della sanità), mentre nel 2019 il loro utilizzo sarebbe stato leggermente al di sopra degli stessi standard. Un utilizzo comunque giudicato insufficiente, vista la delicatezza del reparto. Un ospedale che avrebbe sottovalutato il problema, permettendo al batterio di infettare anche tre quarti dei bambini ricoverati. Un ospedale che si sarebbe mosso in ritardo, chiudendo il punto nascita solo il 12 giugno e riaprendolo ieri, 1 settembre, dopo un'approfondita bonifica degli ambienti e dopo aver installato filtri antibatterici nei rubinetti. 

E dopo la divulgazione delle prime informazioni sulla relazione della commissione regionale, Francesca Frezza è tornata all'ospedale della donna e del bambino. Ieri, la mamma della prima vittima del citrobacter di Verona, la piccola Nina, è tornata a farsi sentire e sul suo profilo Facebook ha scritto: «L'autorevole relazione commissionata dalla Regione Veneto conferma che mia figlia Nina ed altri tre bambini sono morti per scarsa igiene. Nove bambini cerebrolesi e 96 bambini infettati da citrobacter». E il suo messaggio si conclude con la richiesta di dimissioni del dottor Paolo Biban, primario di pediatria, della direttrice sanitaria Chiara Bovo, del professor Massimo Franchi, direttore di ostetricia e ginecologia e del dottor Francesco Cobello, direttore generale dell'Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona.

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Mentre la deputata veronese del Partito Democratico Alessia Rotta chiede che la relazione sia resa pubblica, pur temendo che la Regione la terrà segreta fino al giorno delle elezioni. «Per l'amministrazione Zaia le elezioni sono più importanti della verità e della sicurezza dei cittadini - scrive Rotta - Ci aspettiamo che la Regione renda immediatamente noti e senza ulteriori indugi gli esiti dell'inchiesta e si assuma la responsabilità dei gravissimi fatti accaduti. Le omissioni delll'amministrazione sono molto gravi; se non fosse stato per la madre di una piccola vittima i fatti forse non sarebbero mai emersi. A giugno avevo coinvolto il Governo e dalla relazione dettagliata richiesta dal Ministero della salute alla Regione erano emersi in modo drammatico la superficialità, le incertezze e i ritardi che hanno contraddistinto l'azione dei vertici della sanità veneta. Esiste, senza dubbio, un tema di responsabilità politica che deve essere necessariamente approfondito. Nel frattempo, è necessario che tutti si impegnino per garantire la sicurezza delle partorienti e dei neonati. Nessuno dovrà soffrire ancora in questo modo».

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