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Taglio delle Camere di Commercio. Casali: "Non basta, andrebbero abolite"

In Italia passeranno da 105 a 60, ma quella di Verona non sarà accorpata con nessun'altra. E il consigliere regionale attacca: "Sono carrozzoni inutili"

Carrozzoni amministrativi, enti inutili e anacronistici con consigli di amministrazione espressione della vecchia politica e non eletti. Bene il dimezzamento e l’accorpamento, ma questo non basta. Andrebbero aboliti definitivamente e le loro funzioni trasferite presso altre strutture pubbliche, penso per esempio ai tribunali dove le competenze del personale potrebbero essere maggiormente valorizzate.

Così il consigliere regionale Stefano Casali commenta il decreto del ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, che ridisegna l'assetto territoriale delle Camere di Commercio che passeranno da 105 a 60, portando a compimento il processo di riorganizzazione partito due anni fa con la riforma Madia.

Una riforma troppo tiepida, non sufficiente, ma che comunque rappresenta un primo passo in direzione di uno snellimento e sburocratizzazione di questi apparati che costano centinaia di migliaia di euro l’anno alla collettività - sottolinea Casali - Il governo fa sapere che grazie a questo riordino ci saranno risparmi per circa 50 milioni di euro l’anno. Sono ancora troppo pochi ed inoltre la nuova mappa geografica che ridefinisce gli accorpamenti e le sedi è assolutamente disomogenea. Mentre infatti in alcune regioni i tagli e le dismissioni saranno importanti, scopriamo che il Veneto sarà una delle regioni meno interessate dalle fusioni e dalle dismissioni: saranno infatti aggregate solamente le sedi di Treviso e Belluno e quelle di Venezia con Rovigo. La sede di Verona non verrà accorpata con la conseguenza che i cittadini veronesi continueranno a sostenere con le loro tasche queste strutture. Amministratori non eletti, laddove invece le Camere di Commercio hanno quote in aziende pubbliche o realtà economiche di rilevanza pubblica. Dovrebbero essere proprio i vertici delle Camere a chiederne la chiusura e la dismissione delle varie partecipate. E i soldi derivanti dalle future dismissioni dovrebbero trovare destinazioni sociali e di pubblica utilità per la collettività e le categorie, a differenza di quello che avviene adesso.

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