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Sabato, 30 Settembre 2023

Lavoratori sfruttati e caporalato, associazione smantellata: i tentacoli arrivavano anche a Verona

L'indagine svolta dalla guardia di finanza di Padova ha coinvolto numerose città: 15 le persone indagate, sequestrati beni e disponibilità finanziarie per oltre 750 mila euro

Concluse le indagini, nella giornata di venerdì il Comando provinciale della guardia di finanza di Padova, con il supporto di altri reparti del corpo, ha dato esecuzione all'ordinanza, che ha disposto la misura cautelare interdittiva del divieto temporaneo di esercitare l’attività imprenditoriale per un anno, nei confronti del promotore di un’associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, e al contestuale sequestro di beni e disponibilità finanziarie per oltre 750 mila euro.

L'attività investigativa svolta dai militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Padova, ha visto il coinvolgimento di 15 indagati per lo più indiani, di cui 7 destinatari del citato provvedimento cautelare personale e reale, distinti tra promotore, organizzatori e partecipi. Il lavoro delle forze dell'ordine avrebbe permesso di disarticolare un’associazione per delinquere capeggiata da un cittadino indiano, residente da tempo nel Padovano, con ramificazioni in diverse città (Alessandria, Mantova, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Parma, Bologna, Forlì-Cesena, Arezzo, Perugia e Lecce), dedita allo sfruttamento di numerosi lavoratori, principalmente connazionali, ma anche bengalesi e pakistani.

Gli accertamento, svolti anche con la collaborazione dei funzionari dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Padova, avrebbero consentito di constatare che l’organizzazione in rassegna si occupava innanzitutto del reclutamento della manodopera, che avveniva tra soggetti stranieri in stato di bisogno o necessità presenti sia sul territorio nazionale, sia, soprattutto, nello stato indiano del Rajasthan. Lì gli emissari dell’associazione criminale, nella fattispecie familiari del dominus, avrebbero attinto manovalanza dalle fasce più povere della popolazione rurale, prospettando migliori condizioni di vita e lavorative a fronte del pagamento di un’ingente somma, di cui un anticipo da corrispondere in madrepatria e il resto mensilmente, una volta intrapresa l’attività lavorativa in Italia.

Secondo quanto riferito dalla guardia di finanza, appena giunti sul territorio italiano, i lavoratori ottenevano un regolare permesso di soggiorno grazie all’immediata assunzione presso cooperative fornitrici di forza-lavoro per la gestione di magazzini della grande distribuzione, situati principalmente nel nord Italia, ma anche in Toscana, Umbria e Puglia.

I lavoratori, infatti, sarebbero stati sottoposti alla pressante vigilanza dell’organizzazione, che dislocava presso ogni cooperativa un fidato sodale con il compito di spegnere, con la minaccia e talvolta con l’uso della forza, ogni tentativo di protesta o ribellione, controllando anche la fruizione di ferie o permessi, nonché disincentivando l’eventuale adesione a organizzazioni sindacali.
Il clima di costante intimidazione sarebbe stato alimentato anche dal timore di possibili ritorsioni sui familiari rimasti in India.

La soggezione delle vittime si sarebbe manifestata anche fuori dai luoghi di lavoro: gli stessi, già gravati dalla necessità di mantenere le famiglie d’origine, sarebbero stati costretti a restituire le ingenti somme dovute per l’ingresso e l’ottenimento dell’impiego in Italia, oltre ad essere obbligati a dimorare presso le abitazioni nella disponibilità degli organizzatori del sodalizio criminale, spesso in situazioni alloggiative degradanti, per essere sottoposti a un controllo stringente fino al pieno soddisfacimento della pretesa economica.

Il consistente profitto dell’organizzazione, pertanto, sarebbe stato assicurato dal denaro contante prelevato direttamente dai conti correnti dei lavoratori sfruttati, di cui la consorteria poteva disporre autonomamente, oltre che dal rimborso forzoso delle spese di vitto e alloggio che avrebbero reso, di fatto, indissolubile il legame tra il lavoratore sfruttato e gli indagati, che si protraeva anche dopo l’estinzione del debito iniziale. Tale profitto sarebbe stato in parte trasferito in India e in parte utilizzato per l’acquisto di ulteriori abitazioni da destinare a dimora obbligata dei lavoratori, in modo da alimentare e accrescere il sistema di sfruttamento della manodopera.

In conclusione, secondo le fiamme gialle la stima dei soggetti reclutati e impiegati sul territorio padovano con il sistema del “caporalato” è risultata ammontare a oltre 100 unità, fermo restando che non è possibile determinare in maniera compiuta il numero di tali maestranze, spesso trasferite presso le varie sedi delle cooperative coinvolte.

Al termine delle indagini, su richiesta della Procura della Repubblica di Padova, il gip ha emesso un provvedimento di interdizione dall’esercizio dell’attività imprenditoriale nei confronti del promotore dell’associazione, disponendo il sequestro di 3 immobili situatu nella provincia di Padova, utilizzati per ospitare i lavoratori reclutati, nonché di ulteriori beni e disponibilità finanziarie, per un valore complessivo di oltre 750 mila euro.

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