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Una fase delle indagini condotte dai carabinieri

Una fase delle indagini condotte dai carabinieri

Un «partita a scacchi» di un anno e mezzo per arrestare la banda dei bancomat

Una lunga indagine quella dei carabinieri, iniziata nel settembre 2019 che un anno dopo ha portato ai primi arresti, per poi concludersi all'alba del 15 marzo: il gruppo è accusato di aver messo a segno 30 colpi tra le province di Verona, Vicenza, Bergamo, Lodi, Mantova, Bologna e Modena

È servito un lavoro di squadra durato circa un anno e mezzo ai carabinieri, per individuare ed arrestare i presunti responsabili di 30 assalti ai bancomat delle province di Verona, Vicenza, Bergamo, Lodi, Mantova, Bologna e Modena.
«Si è trattata di un’indagine molto articolata e complessa che ha richiesto l’utilizzo di tutte le tecniche investigative, quelle classiche con personale in uniforme che hanno impedito alla banda di operare nell’area della provincia di Verona e questo ha permesso ai militari in borghese di poter monitorare meglio i movimenti della banda», lo ha spiegato il Comandante provinciale dei carabinieri di Verona, Pietro Carrozza, nella conferenza stampa che si è tenuta lunedì mattina e alla quale ha partecipato anche il Comandante del Nucleo Investigativo, Stefano Mazzanti.
Sette le persone finite in manette, tutte di etnia sinti e di età compresa tra i 24 e i 50 anni, legate tra loro da un rapporto di parentela e pregiudicate. Quattro risultavano residenti in provincia di Treviso (Montebelluna, Vedelago e Asolo), una a Vicenza, una Piombino Dese (Padova) e una in un campo nomadi di Cerea, precedentemente residente a Villa Bartolomea.
La banda ora dovrà rispondere di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti aggravati mediante esplosivo, detenzione illegale di armi ed esplosivo, tentato omicidio, riciclaggio e rapina.

Il video dell'operazione

Le forze intervenute

Un grande dispiegamento di forze è stato messo in campo dall’Arma per cercare di risalire agli autori dei colpi messi a segno tra il 2017 e il 2020, nella stragrande maggioranza nella provincia scaligera, e che avrebbero frutta complessivamente circa 1 milione e mezzo di euro ai malviventi.
«In questa attività sono stati impiegati circa 150 carabinieri delle 51 stazioni veronesi, nei fine settimana e di notte per interdire diverse aree», ha spiegato il Comandante Carrozza. Inoltre hanno partecipato anche i componenti della Compagnia d’Intervento Operativo del 4° Battaglione “Veneto” di Mestre e preziosa è stata la collaborazione con la Procura della Repubblica di Verona, per ricostruire i singoli episodi e collegarli ad un’unica banda, permettendo così di muovere l’accusa di associazione a delinquere.

Le indagini

Un dispiegamento di forze che, secondo gli investigatori, avrebbe portato i malviventi a commettere alcuni errori che sarebbero costati loro cari, pressati dalla costante presenza sul territorio dei militari e dalla conseguente necessità di doversi allontanare il prima possibile dal luogo del furto.
L’operazione è stata denominata “Mestier”, che nel linguaggio dei sinti veneti significa “Giostra”, in relazione all’occupazione “ufficiale” di alcuni dei componenti della banda. Un’indagine che dal settembre 2019 al settembre 2020 ha visto i carabinieri raccogliere gli indizi utili a stringere sempre di più il cerchio attorno ai presunti responsabili, prima di disarticolare l’organizzazione.
Un’operazione che gli stessi militari hanno sottolineato essere stata resa possibile dalla Procura, che ha consentito di attingere alle risorse necessarie. I componenti del presunto sodalizio criminale infatti non avrebbero mai comunicato tramite telefono, rendendo così necessaria una capillare attività sul territorio, mentre l’auto da loro utilizzata, una Hyundai i30N Performance rubata, era stata preparata in modo da non lasciare tracce: targhe false in nastro adesivo e pellicola sugli interni per non lasciare indizi organici. A casa inoltre avrebbero lasciato detto ai familiari di ripulire tutto, se non fossero tornati entro un certa ora dal colpo.
Una vera «partita a scacchi», come l’ha definita il Comandante Carrozza, che il 5 settembre ha visto i militari mettere a segno i primi due arresti a Montegalda, nel Vicentino, quando il gruppo si era diretto nei pressi di un casolare per dissotterrare le armi utili ad un nuovo colpo. La vera svolta però era arrivata con il ritrovamento dell’auto rubata in un garage di Rubano, in provincia di Padova, che ha permesso ai militari di iniziare a tracciare i loro spostamenti, mentre in altri due box a Mira, nel Veneziano, erano stati rinvenuti parte degli esplosivi. I carabinieri, nel corso delle varie operazioni, avrebbero anche trovato soldi bruciati a causa delle esplosioni per circa 10 mila euro.
Il primo ad essere identificato sarebbe stato il “giostraio” di etnia sinti di Villa Bartolomea, così come l’ultimo colpo messo a segno dalla banda sarebbe quello di Sommacampagna del giugno 2020.

Il modus operandi

Il sodalizio criminale avrebbe avuto un modus operandi ben preciso, ricostruito dagli investigatori che hanno così potuto attribuire i 30 assalti allo stesso gruppo di persone, contribuendo a muovere nei loro confronti l’accusa di associazione per delinquere. I ruoli prestabiliti in genere prevedevano che una persona fosse sempre alla guida, pronta in caso di necessità a portare in salvo gli altri, uno o due facevano da palo e gli altri si occupavano del bancomat e dell’eventuale porta.
Per far saltare lo sportello automatico veniva usata quella che viene definita “marmotta”, ovvero due lastre di metallo tra le quali era presente un ingente quantitativo di polvere da sparo, che venivano fatte “slittare” all’interno dell’ATM e poi detonate con un cavo elettrico.
Durante questi colpi, la banda sarebbe stata sempre in possesso di armi. Due pistole, un revolver e una semiautomatica, sono state recuperate nel corso delle operazioni, ma nelle disponibilità dei malviventi c’erano anche armi di “grossa taglia”, come gli AK47 Kalashnikov con cui hanno esploso alcuni colpi all’indirizzo dei carabinieri di Legnago alle 4 di notte del 10 febbraio.

Gli arresti

Alla fine dunque il cerchio attorno ai membri restanti del gruppo si è stretto all’alba del 15 marzo, con il blitz dei militari.
45 i capi d’imputazione mossi nei confronti dei sette finiti in manette, che vanno dall'associazione per delinquere, riciclaggio, rapina, ricettazione, fino al tentato omicidio dei militari di Legnago. 

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