Accoglienza e formazione al lavoro per i profughi. Il modello degli "Aquiloni"

Ad Avesa l'associazione "Aquiloni" oltre ad ospitare una ventina di giovani migranti in attesa dello status di rifugiati, ha avviato un progetto di formazione in ambito agricolo. Vengono forniti strumenti e conoscenze per lavorare nei campi

Mentre proseguono in questi giorni gli sbarchi in Italia di nuovi profughi dalla Libia, si fa sempre più urgente da affrontare la questione relativa alla loro sistemazione sul territorio. Nel veronese si è parlato molto le scorse settimane di un possibile impiego di ex strutture militari, tuttavia esistono nella nostra zona anche modelli di accoglienza diversi dal semplice "dare un letto e un tetto" ai migranti che arrivano.

Ad Avesa per esempio, grazie all'associazione "Aquiloni", circa una ventina di profughi sono ospitati all'interno di una struttura di proprietà della Pia Società di Don Nicola Mazza, ma oltre a ricevere un posto dove dormire questi ragazzi vent'enni sono inseriti anche all'interno di un progetto di formazione legato al mondo agricolo. Attorno all'abitazione che li accoglie, infatti, sorgono piantagioni e coltivazioni che necessitano di essere curate e seguite quotidianamente. Come riporta l'Arena, è la stessa presidente dell'associazione "Aquiloni" Ida Pierotti a spiegare l'importanza di tale iniziativa: "Veniamo da esperienze trentennali in Paesi in via di sviluppo e qui ci stiamo occupando dell'assistenza sanitaria, della mediazione culturale, garantendo ovviamente vitto e alloggio, di accompagnamento psicologico e soprattutto della formazione. Bisogna dividerli in due gruppi, in modo che non siano troppi, vanno seguiti da vicino. Il primo intervento è quello di insegnare loro la lingua; molti non sono scolarizzati e si deve tradurre da idiomi molto diversi".

I tanti ragazzi africani sono in Italia dal 2014 e ancora in molti attendono che la burocrazia compia il suo corso, affinché gli venga riconosciuto o meno lo status di rifugiati. Ma la cosa richiede molto, forse troppo, tempo e durante i giorni e mesi che passano avere qualcosa da fare, lavorare nei campi in questo caso, può essere di grande aiuto per tutti loro. Nessuno desidera ritornare in Mali, Gambia, Senegal o Nigeria, tuuti Paesi dai quali sono fuggiti a causa dele guerre e delle condizioni di vita insostenibili. Chiedono di poter avere un valido documento, grazie al quale potersi inserire nella società e possibilmente cominciare a lavorare.

Come riferito dall'Arena, la presidente Pierotti spiega che uno dei problemi maggiori da affrontare sono i lunghi tempi d'attesa delle varie procedure per ottenere un riconoscimento ufficiale da parte dello Stato per queste persone: "Il sistema impiega tempi lunghissimi per stabilire se sono rifugiati o emigrati. Un anno e mezzo; intanto loro stanno con le mani in mano senza fare nulla. Gli interrogatori durano 4-5 ore l'uno, quindi ne fanno pochi al giorno; poi ci vuole un mese per avere la risposta, che è quasi sempre un diniego. Se questi profughi vogliono restare qui devono fare ricorso, aspettare la risposta del Tribunale di Venezia e passa dell'altro tempo". Di fondamentale importanza risulta allora essere l'attività dell'associazione "Aquiloni", volta proprio a fornire strumenti materiali e competenze agricole adatte a svolgere un lavoro di grande utilità. Un modello d'integrazione questo che potrebbe senz'altro fornire buoni frutti se venisse esportato e applicato su larga scala, trovando magari anche applicazione in altri ambiti lavorativi. Pare essere questo l'auspicio espresso da Riccardo Stevanoni, un architetto che collabora con l'associazione "Aquiloni", almeno stando alle sue parole riferite dall'Arena: "L'Italia è tra i 17 Paesi al mondo per insicurezza alimentare, importante sarebbe utilizzare queste forze lavoro per il recupero dei terreni abbandonati, potrebbero essere di grande aiuto anche nelle aziende agricole di proprietà del Comune, previo corso di formazione".    

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