La Cassazione vieta la vendita dei derivati cannabis, Sboarina: «Pronti ad intervenire»

«Dichiarare illegale la vendita dei derivati della cannabis ci permette di presidiare questo fenomeno, - spiega il sindaco - rispetto al quale non ho mai nascosto preoccupazione»

foto Facebook - C S Verona

Dopo le recenti polemiche e l'annuncio shock del ministro dell'Interno Matteo Salvini che aveva «dichiarato guerra» ai negozi di cannabis light, è giunta ieri una sentenza della corte di Cassazione che parrebbe alimentare le interpretazioni "rigoriste" della legge sull'argomento in Italia. Secondo la suprema corte, infatti, non sarebbe consentita nel nostro Paese la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis», quali ad esempio l'olio, le foglie, le infiorescenze e la resina. La sentenza è stata pronunciata dalle sezioni unite penali della corte di Cassazione che hanno così spianato la strada alla possibile chiusura di tutti quegli esercizi commerciali, circa 1500 aziende per un giro d'affari di 150 milioni di euro l'anno, che si occupano della vendita di cannabis light.

Finora si era fatto riferimento ad un'interpretazione della legge, nella fattispecie la legge 242 del 2016, in base alla quale sarebbe stato possibile commerciare prodotti di derivazione dalla canapa, purché avessero contenuto di Thc (il principio attivo "drogante") inferiore allo 0,6% (si badi che in uno spinello "vero" il contenuto è non inferiore al 5% o al 6% e può raggiungere pure il 27% di Thc, ma sulle percentuali di efficacia del Thc esistono anche interpretazioni molto più "rigoriste" quali quelle del Dott. Giovanni Serpelloni). La novità essenziale introdotta dalla sentenza di ieri della Cassazione è che l'interpretazione corretta della legge prevederebbe l'applicabilità della forbice di Thc tra 0,2% e 0,6%, quale limite consentito, esclusivamente alla pianta coltivata, e non anche ai suoi prodotti derivati. In sostanza questi ultimi, e dunque la relativa vendita, sarebbero sempre fuori legge, e per di più non potrebbero essere normati dalla legge 242 del 2016 come finora si è fatto, ma resterebbero regolamentati dal "Testo unico sulle droghe" e, dunque, vietati in Italia al pari di tutte le altre droghe, "pesanti" o "leggere", o leggere light che siano.

I NEGOZI DI CANNABIS LIGHT CHIUDERANNO?

Tutto chiarito, dunque, o quasi, perché nella stessa sentenza di ieri della Cassazione si fa poi riferimento sì al "Testo unico sulle droghe", che vieterebbe la vendita dei derivati di cannabis tout court, ma con in aggiunta la frase «salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Il tema dell'«efficacia drogante» resta dunque da chiarire ed approfondire ulteriormente (bisognerà aspettare che le motivazioni della sentenza siano depositate per capire meglio), come spiega anche l'avvocato Carlo Alberto Zaina, impegnato nella tutela degli interessi di un commerciante di derivati di cannabis ad Ancona, il quale sottolinea alla luce della stessa sentenza di ieri: «La frase sull'efficacia drogante è un po' sibillina e può creare un paradosso: se un commerciante vende infiorescenze che sono definite fuori legge, ma con percentuale di Thc limitata tale da non suscitare effetto drogante non commette un reato, e dunque può venderla».

Nel frattempo non sono mancate le reazioni politiche, sia a livello nazionale che sul piano locale, alla sentenza della Cassazione. A Verona, il sindaco Federico Sboarina ha subito colto l'occasione per rilanciare la sua crociata contro i negozi di cannabis light: «A Verona siamo pronti per intervenire contro il dilagare dei cannabis shop. Lo avevo detto un mese fa e oggi con la sentenza della Cassazione so che abbiamo lo strumento necessario per farlo. È con grande soddisfazione, infatti, che accolgo la notizia delle sezioni unite penali. Dichiarare illegale la vendita dei derivati ci permette di presidiare questo fenomeno, - spiega ancora Sboarina - rispetto al quale non ho mai nascosto la preoccupazione per la tutela dei nostri giovani. Da oggi so che possiamo intervenire anche in risposta alle tante segnalazioni di genitori allarmati e associazioni. Confermo che questo è tra le priorità della mia amministrazione».

Anche l'assessore al Commercio, Arredo urbano e Attività economiche e produttive Nicolò Zavarise, in quota Lega, si è espresso in linea con le parole del sindaco: «La decisione della Cassazione sui cannabis shop conferma la fondatezza delle preoccupazioni che, come forza politica, abbiamo sempre manifestato in relazione alla vendita dei prodotti a base di cannabis. Bene che la Suprema Corte abbia fatto chiarezza in una "zona grigia" della normativa nella quale hanno proliferato i cannabis shop». Sul tema è intervenuto anche il coordinatore Alta Italia del Popolo della Famiglia Mirko De Carli che, a sua volta, ha invitato il governo a procedere contro gli esercizi commerciali che finora avevano venduto i prodotti derivati dalla cannabis light: «Ora la palla passa al governo: avrà la forza di porre sotto sequestro i negozi sparsi per tutto il Paese che non hanno alcuna intenzione di chiudere?». 

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