Sanità veronese, Ires Cgil Veneto: «Carenza di medici ed rsa insufficienti»

L'Istituto per le ricerche economiche e sociali ha evidenziato queste criticità nel territorio di competenza dell'Ulss 9 Scaligera nel terzo approfondimento sul sistema socio-sanitario regionale

(Foto di repertorio)

Cronica carenza di medici di medicina generale; insufficienza del servizio di assistenza domiciliare e residenziale, specie per la non autosufficienza; forti ritardi nell'attuazione degli ospedali di comunità e delle unità per la riabilitazione programmate fin dal 2016. Sarebbero queste le maggiori criticità per il territorio veronese di competenza dell'Ulss 9 Scaligera che emergono dal terzo approfondimento dell'Ires Cgil Veneto (Istituto per le ricerche economiche e sociali) sul sistema socio-sanitario regionale, un progetto di ricerca che accompagna la riforma della sanità veneta fin dal 2016. L'approfondimento è leggibile integralmente in allegato, insieme ad un ulteriore aggiornamento.

VERONA. Il territorio scaligero sarebbe in una vera e propria emergenza per quanto riguarda i medici di medicina generale. L'Ulss 9 spicca infatti con 110 zone carenti di medici di medicina generale su un totale regionale di 326 zone carenti. Un terzo delle zone scoperte del Veneto è dunque concentrato nel Veronese. Inoltre, si evidenziano 79 incarichi vacanti di continuità assistenziale su 415 totali, secondi soltanto alla Marca Trevigiana dove i posti vacanti sono 110.
L'attivazione di posti letto in strutture intermedie nel Veronese ha seguito l'incedere della media regionale per quanto riguarda gli ospedali di comunità (copertura regionale del 54%) e gli hospice (copertura regionale del 90%), ma non per quanto riguarda le unità riabilitative (copertura veneta del 55%) per le quali a Verona non è stato attivato alcun posto letto. La programmazione regionale del 2016 ne prevedeva 200 mentre quella del 2019 ha completamente trascurato questo aspetto.
L'Ires Cgil Veneto fa notare, infine, che il risultato degli hospice a livello regionale (220 posti attivati su 245 programmati) risulta inadeguato in base al fabbisogno definito dal Ministero che prevede un posto letto ogni 56 deceduti per patologie tumorali. Più in generale, i posti letto realizzati nelle strutture intermedie rappresentano comunque il 48% dello standard fissato dalla Regione stessa ed il 41% di quello fissato da Agenas.

VENETO. La fotografia che emerge della ricerca è di una riforma del sistema sanitario veneto che avrebbe ridotto i posti letto per acuti e lo sviluppo della medicina territoriale e che si sarebbe sostanzialmente arrestata all'uscita degli ospedali.
È stato attuato soltanto il 59% dei posti letto programmati nelle cosiddette "strutture intermedie" per post-acuti, riabilitazioni e lungodegenze quali ospedali di comunità, unità riabilitative territoriali ed hospice. Una programmazione comunque in difetto rispetto ai fabbisogni standard fissati dalla Regione.
Il fondo per la non autosufficienza sarebbe capace di soddisfare non più del 70% delle richieste di residenzialità sanitaria assistita (rsa).
L'assistenza domiciliare integrata non arriverebbe ad erogare a ciascun paziente nemmeno la metà delle ore erogate dalla media nazionale.
E come dimostrato dalla situazione veronese, prosegue l'emorragia di medici di medicina generale. E la conseguenze è una pressione degli accessi al pronto soccorso, con i codici bianchi in ascesa (+10% rispetto al 2017), e un allungamento della degenza media ospedaliera: 7,9 giorni vs 7,5 nazionale in reparti per acuti; 30 giorni vs i 22 nazionali per i ricoveri in lungodegenza, mentre per i pazienti ultra 65enni anni la degenza media è di 10 giorni contro gli 8,5 giorni della media nazionale (Osservasalute, 2019).
Infine, la minore dotazione di personale medico (sempre con rispetto alla media nazionale) è significativa per le strutture pubbliche o equiparate (19,2 contro 22,7 per 10.000 abitanti) e particolarmente vistosa per le private accreditate (5,2 contro 14,7 per 10 mila abitanti).

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«Rafforzare il territorio è necessario per ridurre i costi dell’assistenza ospedaliera, evitando le "dimissioni ritardate", e per attivare una gestione efficiente oltre che efficace dell'intero processo assistenziale - conclude il sindacato regionale - Una sanità ospedalicentrica non è nemmeno in linea con i caratteri costitutivi e distintivi del servizio socio-sanitario veneto, che ha sempre contato (e può contare ancora) su una articolata dimensione territoriale delle sue strutture e dei dipartimenti di prevenzione, consolidata all’interno del modello del distretto socio-sanitario. Tale organizzazione ha consentito, tra l'altro, di rispondere meglio che in altri territori alla recente emergenza Covid».

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