Lunedì, 15 Luglio 2024
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Rifugiati lgbt, 2022 difficile per Pink Refugees: «Non si contano le emergenze»

Il gruppo veronese è nato nel 2017 e da allora ha dato aiuto a 326 migranti. «Ma ora servono un sostegno e una risposta istituzionale che ci auguriamo di poter costruire anche e soprattutto dal punto di vista culturale»

Tra emergenze, gioie e disperazioni, con la fine del 2022, anche Pink Refugees ha tirato un bilancio dell'anno che ci siamo lasciati alle spalle, nella consapevolezza che molti problemi proseguiranno anche in questo 2023.

Pink Refugees è un gruppo creato all'interno del Circolo Pink di Verona, l'associazione che assiste gay, lesbiche, bisessuali, trans ed etero. In particolare, Pink Refugees si occupa dell'assistenza e dell'accoglienza di migranti gay nel Veronese e non solo, con lo scopo anche di aprire un confronto sui temi dell'orientamento sessuale in Paesi dove spesso l'omosessualità è un reato.

Il gruppo è nato nel 2017 e «da quando è nato, dal Pink Refugees Lgbt Verona sono passati 326 migranti - hanno spiegato dal Circolo Pink - A 116 di loro, grazie anche al nostro supporto, è stato riconosciuto lo status di rifugiato, mentre 13 sono stati i permessi di due anni. Nel 2022 abbiamo avuto 35 nuovi ingressi, 17 status di rifugiato, quasi tutti tramite ricorso in tribunale, e due permessi speciali di due anni. Non si possono invece contare le emergenze che ci ritroviamo ad affrontare e che sembrano aumentare di anno in anno: la ricerca di casa, di lavoro, problematiche psicologiche e psichiatriche, difficoltà di accesso ai servizi sanitari, problemi di droga, carcere, paletti burocratici che rendono ogni minima cosa una corsa ad ostacoli, la residenza richiesta ovunque ma quasi impossibile da farsi riconoscere, problemi con i documenti, accesso alla formazione e poi pagamento affitti, utenze e cibo perché pare assurdo ma c'è ancora chi non ha da sfamarsi».

I membri di Pink Refugees hanno spiegato che i rifugiati da loro assistiti hanno avuto problemi di tipo psicologico a causa della fuga dal loro Paese, ma anche per le torture subite in Libia o in oltre zone di passaggio, come la rotta balcanica. A questi problemi si aggiungono poi quelli di adattamento alla vita italiana e quelli con le famiglie di origine. Famiglie «che se da una parte li rifiutano in quanto persone lgbt dall’altra chiedono soldi - hanno aggiunto - E anche se sono a migliaia di chilometri di distanza mantengono una presa forte su vite molto fragili e sempre a rischio di essere sfruttate. Ci sono comunità etniche che perpetuano gli atteggiamenti omofobi dei paesi di origine e rispetto alle quali i rifugiati vivono in totale dissimulazione».

Dal 2017, Pink Refugees ha lavorato con continuità, pur modificandosi al suo interno. «Se prima del Covid c'erano sempre 50 persone da tutta Italia alle nostri riunioni, oggi non andiamo mai oltre le 20 - hanno ammesso dal gruppo - Il Covid ha devastato un gruppo che stava iniziando ad autoderminarsi e di cui invece l'isolamento ha fatto riemergere tutte le disperate fragilità, annullando il lavoro degli anni precedenti. Delle 35 persone entrate nel gruppo nel 2022 una buona parte conducono vite al limite, segnate da iter di asilo lunghissimi, spesso da dover riprendere da zero dopo dinieghi, decreti di espulsione, denunce, permessi di soggiorno non concessi. Persone che hanno cercato nel gruppo un appoggio, una rete che li potesse sostenere ed accompagnare in un percorso molto difficile, quasi tutte giovanissime (la media dell’età è sui 22 anni), in Italia da almeno 4 anni, il che significa che in molti casi sono scappate dai loro paesi ancora minorenni, affrontando un viaggio pieno di pericoli e violenza. Certo ci sono stati anche risultati molto positivi: la raccolta fondi per la casa rifugio lgbt di Lagos che ha fruttato 7.000 euro e ha fatto sì che non dovesse chiudere; e il progetto di co-housing approvato dalla Chiesa Valdese con un finanziamento di 20.000 euro che ci permetterà di aprire la nostra prima unità abitativa a Verona. La casa è sempre un’emergenza per chi non entra nell’accoglienza governativa, per chi l’ha persa e deve trovarsi una stanza per non vivere in strada, rischio sempre presente nelle loro vite».

«Il 2022 è stato difficile e il nostro è diventato meno gruppo e più sportello - hanno concluso dal Pink Refugees - Si sono messe a nudo una serie di emergenze umane che facciamo sempre più fatica ad arginare con il nostro lavoro. E gli orari continuano a dilatarsi. Se quando siamo partiti il gruppo apriva due ore il martedì e per il resto c'era qualche telefonata da fare, qualche relazione da scrivere e qualche evento da organizzare, ora come ora non ci sono orari o giorni di riposo. Servono un sostegno e una risposta che vadano al di là della nostra buona volontà, una risposta istituzionale che ci auguriamo di poter costruire anche e soprattutto dal punto di vista culturale. Essere lgbt in Africa o in Pakistan è completamente diverso che esserlo in Italia e qui serve visione, serve aprirsi e adattarsi a chi arriva con il suo carico di disperazione ma anche di speranza».

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