Pfas, contaminazione anche attraverso la pelle? La Regione nega

La consigliera regionale Guarda cita i risultati di un esperimento statunitense, ma l'ente regionale risponde: «Ricerca fatta su animali. Non è valida per l'uomo»

Foto di repertorio

Sui Pfas, la Regione Veneto continua ad essere in ritardo e gioca una partita pericolosissima letteralmente sulla pelle dei veneti, lasciati soli di fronte a questa emergenza. Arrivano pessime notizie dagli Stati Uniti: studi scientifici di primario livello evidenziano come i Pfas penetrino nel sangue umano anche solo con il contatto attraverso l'epidermide. Quindi non è sufficiente sconsigliare l'uso alimentare dell'acqua non filtrata nelle zone contaminate, occorre fare molto ma molto di più.

A dirlo è la consigliera regionale Cristina Guarda, la quale ha condiviso i risultati di un recente studio statunitense. Secondo questa ricerca, i Pfas contenuti nell'acqua possono entrare nell'organismo umano anche solo attraverso il contatto con la pelle. Quindi, i cittadini veneti e veronesi che vivono in zone in cui l'acqua è contaminata, non solo dovrebbero evitare di berla, ma dovrebbero anche evitare di usarla per lavarsi. «Come possono, i cittadini, riorganizzare la propria vita per l'igiene quotidiana?», si domanda la consigliera Guarda.

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Alla questione posta dalla consigliera regionale di opposizione, ha risposto la Regione Veneto precisando che: «Le istituzioni scientifiche internazionali sono concordi nell'affermare che l'esposizione umana a Pfas avviene prevalentemente per ingestione, attraverso acqua o alimenti contaminati, salvo contesti particolari come quello professionale. Nella popolazione generale, non è mai stato dimostrato dalla letteratura scientifica un ruolo significativo dell'esposizione cutanea a questi composti. Infatti, la relazione finale dell'Istituto Superiore della Sanità sui Pfas ha evidenziato che l'ingestione dell'acqua è stata il principale veicolo di contaminazione della popolazione e che, a seguito degli interventi di messa in sicurezza degli acquedotti mediante installazione dei filtri a carboni attivi, gli abitanti della zona rossa presentano gli stessi livelli di esposizione degli abitanti di tutto il Nord-Est Italia».
La Regione ha inoltre aggiunto che lo studio citato dallo consigliera Guarda è stato effettuato su animali da esperimento, quindi i risultati «non possono essere trasferiti a un'esposizione di rischio che riguarda l’uomo».

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