Ospedale di Borgo Roma, «Dopo ottanta giorni chiuso reparto Covid»

Claudio Micheletto, direttore del reparto di pneumologia dell'Aoui di Verona, ne ha dato notizia con un post su Facebook, aggiungendo un decalogo su ciò che ha capito dopo aver «respirato sul campo, giorno per giorno»

(Foto Facebook - Claudio Micheletto)

«Dopo ottanta giorni abbiamo chiuso un reparto Covid, stiamo tentando di tornare a vita normale. Ci portiamo dentro tante storie, tanta fatica, ma anche tante soddisfazioni. È il momento di fare qualche serena meditazione, in questo periodo ne abbiamo lette di ogni genere». Questo è l'incipit di un lungo scritto pubblicato sul suo profilo Facebook da Claudio Micheletto, direttore del reparto di pneumologia dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona. 

È un decalogo quello scritto da Micheletto. Un decalogo che «non contiene verità assolute» ma che è stato scritto da chi ha «respirato sul campo, giorno per giorno». Un decalogo concluso con una citazione dal libro Ah l'amore l'amore di Antonio Manzini, il fortunato creatore del personaggio Rocco Schiavone, il vice-questore impersonato dall'attore Marco Giallini nell'omonima serie televisiva. Questa è la citazione riportata da Claudio Micheletto:

L'Ospedale gli pareva un aeroporto. Con decolli e atterraggi. Nascita e morte, guarigioni e complicazioni, sorrisi e pianti. Una massa umana dolorante o sanata, piena di speranze o di illusioni. E intorno a loro i camici bianchi che aveva cominciato ad apprezzare ogni giorno di più. Uomini e donne col viso stanco, bruschi, sempre di fretta, rughe e occhiaie. Non avrebbe mai potuto fare il medico. Sapeva che sotto lo strato di cinismo, leggero come i camici che portavano, in fondo doveva esserci uno strato di amore. Altrimenti perché dedicare una vita a curare gli esseri umani? Rimetterli in pista? Lui gli esseri umani li detestava, fatta salva qualche eccezione. E non sopportava i lamenti e le ansie che gli altri gli scaricavano addosso.

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E questo è il decalogo scritto sempre da Micheletto:

  1. Il virus COVID 2019 è una infezione molto pericolosa. Guardiamo i numeri: negli Stati Uniti muoiono ogni anno 16.000 persone di influenza (ultima pubblicazione Jama 2019); negli ultimi tre mesi i decessi sono 107.000.
  2. Il numero dei decessi in Italia è reale, eventualmente sottostimato perché non rientrano nelle stime ufficiali tutti coloro che sono morti a casa o nelle Rsa. Quando si chiude una cartella si scrive il Drg (diagnosis related group). Lo facciamo da oltre 30 anni, sappiamo farlo, le persone morivano DI COVID, con difficoltà respiratoria e polmoni imbiancati, non certo CON il COVID. Non insegnateci questa pratica, lo sappiamo fare.
  3. Sono state fatte delle autopsie in tutto il mondo, non servivano grandi numeri, sono tutte uguali, non c'è dietro nessun complotto. Alveoli ripieno di materiale infiammatorio, come tutti i distress respiratori, ed alterazioni a carico del microcircolo. Fare tante autopsie non avrebbe aggiunto niente, sin dal primo giorno abbiamo trattati tutti i pazienti con anti-coagulanti, aggiustando la dose a seconda di determinati valori ematici. La coagulazione aumenta in corso di infiammazione, è una nozione molto antica.
  4. Le misure di contenimento hanno consentito di spegnere gradualmente l'epidemia. Forse in alcune zone potevano essere promulgate prima, in altre potevano essere interotte qualche settimana prima, ma non cambia la sostanza. In nessun Paese il virus è scomparso con misure alternative: il modello svedese è fallito, in Brasile la situazione è fuori controllo, Stati Uniti ed Inghilterra hanno dovuto far marcia indietro.
  5. Sappiamo come curare nel miglior modo possibile questa malattia. Non esistono farmaci specifici, ma se usiamo con competenza antivirali, idrossiclorochina, anticoagulanti, cortisone, etc. riusciamo a guarire quasi tutti i pazienti. Siamo in difficoltà con coloro che hanno tante malattie concomitanti. Ora dobbiamo analizzare i risultati delle nostre casistiche per valutare quali di questi interventi è fondamentale nella gestione del COVID. Tra le possibilità vi è anche il plasma, che abbiamo raccolto ed usato anche nel Veneto. Non esiste una congiura contro il plasma, la cautela deriva dalla necessità di valutare i dati. A breve arriveranno i risultati dei protocolli e ne discuteremo senza preclusioni.
  6. Nella mia personale valutazione l’ossigenazione e la ventilazione sono fondamentali, il Veneto ha avuto buoni risultati anche per la presenza di 16 pneumologie che hanno triplicato il loro numero di posti letto, e le rianimazioni hanno fatto altrettanto. La sanità pubblica serve a questo, mantenere una rete efficace nei confronti di malattie frequenti come quelle respiratorie, pronte ad allargarsi in caso di necessità.
  7. Esiste una disciplina che si chiama risk management. Ora sarebbe il momento di ragionare sugli errori. Non per colpevolizzare qualcuno, ma per capire gli errori e non ripeterli in futuro. In questo dibattito è entrata purtroppo la politica: giudico gli interventi sanitari a seconda della tessera del governatore o del direttore generale. Non è questo il metodo corretto, spero che le persone competenti, con la mente libera, sappiano analizzare con obiettività il passato e proporre modelli organizzativi efficaci per il futuro. Un esempio su tutti: la riapertura della scuola ed i trasporti.
  8. La diagnosi precoce è utile in tutte le malattie. Se riesco ad individuare i pazienti con tamponi o dosaggio degli anticorpi posso isolare i pazienti, oppure curarli in una fase iniziale, senza arrivare all'intubazione o alla ventilazione.
  9. Il vaccino non è in antitesi con il resto delle misure, non devo scegliere tra vaccino, plasma o cure. Il vaccino serve a prevenire, lo aspettiamo.
  10. Gli infermieri, i medici, i fisioterapisti hanno fatto un grandissimo lavoro. Ma non mi dimentico degli amministrativi, che hanno lavorato per assumere in tempi velocissimi, gli uffici tecnici, l'ingegneria medica e tutti questi servizi, che hanno ampliato reparti ed assicurato il materiale sanitario. Ma non siamo degli eroi.

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