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Domenica, 22 Maggio 2022
Attualità San Zeno / Corso Castelvecchio

A maggio la mostra sul Caroto, ma due capolavori già sono visibili a Castelvecchio

Sono la "Madonna della farfalla", proveniente da una collezione privata, e "Veritas filia Temporis", dono della famiglia Arvedi ai Musei Civici di Verona

Dal 13 maggio, negli spazi monumentali della Gran Guardia a Verona, apre al pubblico la grande esposizione su Giovan Francesco Caroto. È la prima mostra dedicata interamente all'artista, con oltre 100 opere provenienti da alcune delle più prestigiose collezioni italiane e internazionali, che presenta l’evoluzione del grande pittore, seguendolo dagli esordi giovanili al riconosciuto ruolo di artista.
Attraverso una serie di restauri sostenuti per la mostra e un’estesa campagna di analisi diagnostiche, l’esposizione diventa anche l’occasione per approfondire la conoscenza dell’operatività tecnica del pittore e degli interventi che nel corso del tempo hanno interessato le sue creazioni.

In mostra anche due dipinti presentati e visibili al Museo di Castelvecchio in anteprima. La cosiddetta Madonna della farfalla, un'opera inedita proveniente da una collezione privata, e l'opera Veritas filia Temporis, dono della famiglia Arvedi alle collezioni dei Musei Civici di Verona. Due capolavori che già ora possono essere visti nella Galleria Dipinti del Museo di Castelvecchio, fino al trasferimento al Palazzo della Gran Guardia per la mostra. «Un sentito ringraziamento alla famiglia Arvedi per l'importante donazione - ha sottolineato il sindaco Federico Sboarina - un contributo che dimostra ancora una volta il grande fermento culturale presente a Verona e la solidità dei rapporti, sostenuti in questi ultimi anni, tra pubblico e privati».
Per l'assessore alla cultura Francesca Briani la mostra su Caroto è «frutto di un lungo ed importante percorso di studi e di ricerca promosso dai Musei Civici. Un progetto scientifico che, nonostante la pandemia, ha permesso di acquisire nuove ed interessanti conoscenze sul maestro Caroto».
«La storia che ha legato la città di Verona a Giovan Francesco Caroto, uno dei suoi pittori più affascinanti e rappresentativi - ha evidenziato la direttrice dei Musei Civici Francesca Rossi - negli ultimi anni si è arricchita di nuove testimonianze e significati, primo dei quali ci viene dal gesto generoso di cittadini veronesi a favore dell’artista e del Museo di Castelvecchio. Con questa importante donazione, giunta nel 2019 a Castelvecchio, la famiglia Arvedi ha assunto simbolicamente il ruolo di portavoce dei cittadini che hanno affiancato i Musei Civici partecipando attivamente, negli ultimi quattro anni, alle acquisizioni critiche e alla definizione del progetto scientifico della mostra in programma alla Gran Guardia».

Opera Veritas filia Temporis, dono della famiglia Arvedi caroto-2

L'OPERA VERITAS FILIA TEMPORIS

Nel 2019 è giunta alla Pinacoteca del Museo, in dono dalla famiglia Arvedi, la splendida Veritas filia Temporis (la Verità è figlia del Tempo) una grande tela ottagonale che decorava in origine la volta dello studiolo privato del gentiluomo e intellettuale veronese Giulio Della Torre. L’opera è uno dei capolavori della maturità dell’artista ed è databile all’inizio degli anni Trenta del Cinquecento. Costituisce uno dei punti focali della mostra, dove una specifica sezione è intesa proprio a ricostruire idealmente lo studiolo Della Torre, insieme ad altri dipinti, disegni, medaglie e monete romane, marmi antichi e bronzetti moderni, libri e manoscritti.
Nella tela ottagonale campeggiano tre figure allegoriche. Il Tempo, raffigurato come un vecchio con le ali e una clessidra nella mano destra (uno strumento che misura appunto lo scorrere del tempo) sostiene la Verità, sua figlia, una giovane donna nuda. Questo sta a significare che con il tempo la verità viene sempre a galla. Era consuetudine rappresentare la Verità senza vesti, perché essa non conosce finzioni né inganni. Si vede anche una terza figura, un giovane con le orecchie deformi che tiene con la mano destra alcuni serpentelli eccitati e aggressivi. Egli raffigura l’Inganno, che cerca di trascinare verso il basso la Verità per avvolgerla nelle tenebre. Quindi il significato della scena nel suo insieme è la lotta tra il bene e il male, tra la verità e la menzogna.
È probabile che sia stato lo stesso committente, Giulio Della Torre, a scegliere tale soggetto. Egli infatti fu autore di trattati di argomento etico e filosofico nei quali si mostra vicino alle posizioni del vescovo di Verona Gian Matteo Giberti sulla riforma della Chiesa ed è possibile che con questo tema intendesse alludere alle dispute religiose che all’inizio del Cinquecento dilaniavano anche il mondo cattolico.
Caroto era un intimo amico di Giulio Della Torre, ne realizzò il ritratto e dipinse a fresco il salone di rappresentanza della sua abitazione: è rimasto solo un frammento che raffigura le Virtù cardinali e teologali, datato 1524, ora in collezione privata. Qualche tempo dopo, all’inizio degli anni Trenta, decorò anche lo studiolo con un ciclo di tele di cui sono note, oltre alla Veritas filia Temporis, altri tre elementi: una Tentazione di Cristo e un San Michele arcangelo precipita Lucifero del Museo di Castelvecchio e un’altra raffigurazione di San Michele conservata al Museo di Belle Arti di Budapest.

Madonna della farfalla, opera Caroto collezione privata-2

L'OPERA MADONNA DELLA FARFALLA

Un'opera fra le più belle e più famose del pittore. Si tratta di un lavoro giovanile, un dipinto eseguito a olio su tavola, risalente agli anni 1510-1515 e al clima stilistico dell’esperienza a fianco di Mantegna e a contatto con la cultura mantovana e leonardesca. Non se ne conosce la destinazione originaria. Essa è nota solo dall’inizio del Novecento, quando si trovava nella collezione viennese del barone Heinrich von Tucher. Dopo la morte del proprietario vagò a lungo tra collezioni private per ricomparire poi a New York e infine, negli anni Novanta, tornare di nuovo in Italia, nella collezione Martello di Fiesole. Le sue traversie tuttavia non erano finite. Trasferita nuovamente negli Stati Uniti, sembrava dispersa per sempre. Nelle ricerche effettuate per la mostra è stata finalmente rintracciata presso un collezionista privato che gentilmente ha accolto la proposta di presentarla al Museo di Castelvecchio in anticipo sulla mostra in Gran Guardia.
Nella Galleria di Castelvecchio e nella Gran Guardia il dipinto viene posto in dialogo con una replica del soggetto, leggermente diversa, facente parte delle collezioni civiche, la Madonna con il bambino. I due dipinti sono identici nelle due figure principali ma presentano varianti compositive nel paesaggio sullo sfondo e nel disegno del seggio sul quale le Madonne sono sedute. Era una pratica comune nelle botteghe artistiche del tempo replicare attraverso cartoni, cioè disegni con i contorni bucherellati per il trasposto su altri supporti, oppure carte lucide, le composizioni che avevano incontrato il favore del pubblico, soprattutto nel caso di piccoli dipinti devozionali come questo, che erano molto richiesti.
Nel periodo dell’esposizione le due opere verranno sottoposte a indagini scientifiche per il confronto del disegno preparatorio sottogiacente usato dal pittore nell’una e nell’altra versione, allo scopo di verificare differenze ed elementi comuni nella tecnica esecutiva e nelle modalità di riproduzione dei modelli adottate nella bottega dell’artista. In attesa di approfondimenti, si ipotizza che la Madonna della farfalla costituisca un prototipo rispetto all’altra versione, purtroppo penalizzata da un mediocre stato di conservazione e perciò più difficile da studiare.
Colpisce invece della versione in collezione privata l’ottimo stato di conservazione che consente di apprezzare l’eccellente qualità della stesura pittorica. In questa si distingue anche la maggior ricchezza di particolari, descritti amorevolmente con l’abilità del miniatore. Spicca in particolare il bracciolo della elegante seggiola, finemente intagliato, che reca la firma del pittore (“IO. F. CHAROTVS. F.”) e, sul pomello, una farfallina dalle ali bianche che il bambino tiene legata con un filo sottilissimo. L’insetto non è solo un prezioso elemento decorativo, ma anche un sottile riferimento iconografico alla resurrezione di Cristo.

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