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Massimale dei medici di base portato a 1800 assistiti: «Non può essere questa l'unica soluzione»

«Già oggi denunciano carichi di lavoro insostenibili, senza ulteriori misure rischiamo di peggiorare anche il servizio», sottolineano gli esponenti del Partito Democratico del Veneto

«Aumentare il numero di pazienti, seppur in via temporanea e su base volontaria, non può essere l’unica soluzione alla carenza di medici di base. Già oggi denunciano carichi di lavoro insostenibili, senza ulteriori misure rischiamo di peggiorare anche il servizio». È quanto affermano la vicepresidente della V° Commissione Anna Maria Bigon insieme al capogruppo del PD Veneto Giacomo Possamai e ai consiglieri Vanessa Camani, Jonatan Montanariello, Andrea Zanoni e Francesca Zottis, proposito della delibera di Giunta che consente ai medici di base di ampliare da 1500 a 1800 il tetto massimo degli assistiti.
«È vero che siamo di fronte a una situazione emergenziale e che anche Regioni come Lombardia e Piemonte hanno approvato deroghe in tal senso, ma le difficoltà non sono iniziate ieri e le risposte devono essere appropriate».

«La programmazione nazionale va indubbiamente rivista, ma anche quella regionale è stata sbagliata se è vero che il Veneto è al primo posto in Italia per zone carenti (dati Fnomceo) e al terzo posto nel rapporto numero di assistiti/medico di base (dati ministero della Salute relativi al 2019): poche borse di studio, aumentate solo di recente, e scarsi incentivi per chi opera nelle aree rurali e disagiate. Martedì l’assessore Lanzarin ha illustrato alcune proposte di integrazione all’Accordo collettivo nazionale che abbiamo avanzato da tempo: forme di incentivazione oppure penalizzazione in caso di accettazione o rinuncia alle zone vacanti. La Regione però può agire in autonomia, cosa che finora non ha fatto. Per questo crediamo sia opportuno aprire un’immediata contrattazione con tutti i sindacati dei Medici di medicina generale affinché tutti coloro in graduatoria siano messi in condizione di accettare la destinazione. Ma diventa prioritario investire sul personale amministrativo e infermieristico negli ambulatori, in modo da aiutare i medici, anche quelli che non fanno parte di medicine di gruppo e che per questo sono in ulteriore grande difficoltà nel dare assistenza, a fronteggiare le innumerevoli richieste dei pazienti e avviare un tavolo di confronto su come investire nella formazione di tutto il personale sociosanitario rispetto al nuovo contesto, perché l’emergenza è ormai diventata la normalità».

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