Magliette rosse e comunisti col Rolex, l'Ass. veneto Donazzan contro le insegnanti ribelli

L'assessore regionale veneto all'Istruzione chiede sanzioni per i docenti che si sono presentati con una maglietta rossa all'esame di maturità aderendo alla campagna di "Libera"

La foto dei docenti impegnati negli esami di maturità - ph Facebook Elena Donazzan

"Comunisti col Rolex", era questo il titolo azzeccato di un album musicale che chi scrive non solo non conosce, ma nemmeno ha intenzione di ascoltare, non me ne vogliano Fedez e J-Ax, i quali hanno però senz'altro avuto il merito di, come si suol dire, centrare il problema. La recente campagna di sensibilizzazione sul tema dell'accoglienza migranti lanciata dall'associazione "Libera", insieme a diverse altre, ha riscosso in Italia un notevole successo, e proprio per questo ha suscitato pure un mare (si perdoni la tragica ironia di un modo di dire) di polemiche. L'accusa rivolta a tutti coloro i quali hanno indossato un capo d'abbigliamento di colore rosso nella giornata di sabato in segno di solidarietà nei confronti dei migranti, quelli che arrivano ma soprattuto quelli che non ce la fanno, i salvati e i sommersi dal mare (quello vero questa volta), è più o meno sempre la stessa, ben riassunta proprio dal titolo di quel disco: "Comunisti col Rolex".

maglietta rossa

"Una maglietta rossa per due" - ph Facebook LiberaVerona

Cerchiamo di chiarire subito un punto: indossare una maglietta, qualunque sia il colore, non risolverà nulla. Perché farlo dunque? È il principio opposto di quello che regola il mimetismo del camaleonte, per non confondersi appunto, per dire "sulla questione accoglienza c'è anche chi la pensa diversamente", si chiama "libertà", si chiama "democrazia", si chiama "dissenso" e, come tali, queste tre cose andrebbero difese sempre e comunque, da una parte come dall'altra. Una risposta adeguata a questo tipo di manifestazioni, da parte di chi la magliettina rossa non desidera indossarla, sarebbe quella di argomentare "guarda che ti sbagli, i porti vanno chiusi per questo e quel motivo", invece il più delle volte la replica stizzita è stata "allora accoglili a casa tua, comunista col Rolex che non sei altro!".

Le cose sono andate proprio così, letteralmente, nel caso che ha visto protagonista il giornalista Gad Lerner, il quale dopo aver postato su Twitter la foto di sé con indosso la camicia rossa si è visto replicare da un utente: «Bel terrazzo», e lui con fare evidentemente ironico ha risposto: «Se guarda bene, caro il mio proletario, ho anche il Rolex al polso». Boom, ka boom, ne è venuto fuori un pirotecnico spettacolo di tweet ed articoli di giornale sui radical chic vestiti di rosso e con i Rolex. Serve a qualcosa dire che nella foto di Gad Lerner si capisce subito che l'orologio da quattro soldi al polso è tutto fuorché un Rolex? Serve a qualcosa il nuovo tweet di Lerner in cui dà dei «creduloni» a tutti quelli che hanno preso sul serio la storia del Rolex? Ovviamente no, non serve a nulla, perché la smania di "aver ragione" del proprio contendente sui social network, questi ultimi vero e proprio strumento di massificazione delle coscienze che tra decenni gli storici studieranno come oggi si studiano cinema e radio quali mezzi di propaganda dei totalitarismi del secolo scorso, si sono ormai impossessati della logica del confronto politico, e la qualità della nostra vita che, ci piaccia o non ci piaccia, resta sempre politica perché con-divisa, ne sta subendo drammaticamente tutte le nefaste conseguenze del caso.

Veniamo ora al Veneto, e in particolare a quanto asserito dall'Assessore regionale all'Istruzione Elena Donazzan che, sul suo profilo Facebook, commentando un articolo dedicato al "caso Gad Lerner" ha scritto:

«Perché Gad Lerner (e tutti quelli che la pensano come lui) invece di limitarsi a sterili proclami non si prende un paio di migranti, di quelli che abbiamo già qui in abbondanza, e non li ospita nella sua bella casa?».

L'unica risposta sensata da fornire a questa domanda, è che non lo fa e non lo deve fare, perché quello dell'"accoglienza" è un problema pubblico, la cui gestione non compete (o non dovrebbe competere) un privato, bensì lo Stato democratico, ogni Stato democratico, che come tale sarebbe tenuto a prendersi carico di una simile questione organizzando l'accoglienza e l'integrazione dei nuovi arrivati nel migliore dei modi. Il fatto che le politiche adoperate fino ad oggi, se non altro in Italia, siano state sul tema immigrazione evidentemente insufficienti e qualitativamente spesso scadenti, non autorizza nessuno a fare confusione sui ruoli, ma soprattutto non autorizza nessuno a impedire che qualcuno continui a ritenere giusto salvare vite in mare e credere in una società aperta, manifestando il proprio pensiero ai fini di una semplice non-mimetizzazione sociale. 

Ad ogni modo, la vera polemica del giorno sollevata dall'Assessore Donazzan riguarda un'ulteriore vicenda, quella che vede protagonista un gruppo di docenti impegnati nello svolgimento degli esami di maturità che ha deciso di presentarsi in commissione indossando l'oramai celebre "maglietta rossa". I professori si sono fatti ritrarre e la foto è poi, manco a dirlo, rimbalzata sui social network. E la cosa non è passata inosservata, tanto che l'esponente di Forza Italia Donazzan ha fatto sapere di voler contattare il Ministero dell'istruzione perché venga avviata una procedura d'ispezione nella scuola e i docenti vengano sospesi dal servizio:

«A scuola non si fa politica. - ha attaccato l'Ass. Donazzan - Mi pareva che questo fosse il giusto obbligo da rispettare da parte dei docenti che si trovano, per ruolo, in una posizione di supremazia nei confronti dei loro studenti: è innegabile che questi ultimi, di fronte a queste sceneggiate, subiscano quantomeno una pressione psicologica nel manifestare un eventuale dissenso. Ma quando si tratta della sinistra, in nome di un principio educativo che sa di imposizione e di violenza psicologica, tutto questo si può fare?

Quelle militanti politiche potevano indossare la maglietta, - ha poi specificato l'assessore - ma fuori dalla scuola e meno che mai di fronte ad un maturando, al suo primo momento di verifica con lo Stato. Quelle docenti hanno impoverito quel momento, svilendolo a propaganda politica, e dovrebbero ora chiedere scusa. In ogni caso scriverò al Ministro, affinché giunga la voce sdegnata di una Regione che fatica a far convinto il proprio tessuto sociale che lo Stato va rispettato a prescindere, anche quando non é efficientissimo come ad esempio nella scuola, dove non garantisce il numero dei docenti necessari e non ci autorizza la formazione per quelli, fondamentali, di sostegno.

Ora, le Istituzioni nazionali intervengano a loro tutela dando il segno del rispetto che si deve ai giovani al primo importante appuntamento con lo Stato: di fronte a questo estremismo di massa quella scuola necessita un'ispezione, - ha quindi concluso l'Ass. Donazzan - e quelle docenti senza dubbio meritano di essere sanzionate».

Qui il problema si fa molto complesso: che l'educazione debba essere "neutra" è un sano principio, un po' come quello spesso tradito che le istituzioni dovrebbero essere "laiche". Ma come tutti i principi va anche applicato e, dunque, una lezione di storia sul fascismo, poniamo, non potrà essere equiparabile a una lezione di "trigonometria", la sensibilità etica e politica di un docente, volente o nolente, si troverà ad esprimersi e, per legge, si dovrà esprimere sotto la guida di quelli che sono i fondamenti della democrazia garantiti dalla Costituzione italiana. Ora, la platealità del gesto dei docenti in questione, ma soprattutto la leggerezza con la quale le foto sono state divulgate sui social, non trovano la nostra simpatia. Ciò detto, sono fuori luogo anche le richieste di sanzioni nei loro confronti, salvo che vi siano effettivi illeciti ad oggi non dimostrati: la valutazione dei candidati alla maturità è stata fatta sulla base del colore delle magliette? Questo sarebbe grave, ma è un'ipotesi al momento assurda. D'altro canto, un insegnante non è un robot, almeno non ancora, in passato vi furono una dozzina di docenti che rifiutarono di giurare per il partito fascista e oggi vengono giustamente ricordati e celebrati per questo gesto.

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Paragonare i due episodi è ovviamente fuori luogo, ma bisognerebbe riappropriarsi di un concetto ormai perduto, quello di "onestà intellettuale". Sui social network l'onestà intellettuale è una merce rarissima, nel dibattito politico ancor di più, nella scuola è qualche cosa che se dovesse mancare minerebbe alla base ogni funzione educativa. La speranza è quella che un professore dalla maglietta rossa, il quale sia ben chiaro ha aderito a un'iniziativa di una libera associazione dai valori prettamente democratici (tolleranza, solidarietà, fratellanza, conoscenza, introspezione, etc.) continui a stimolare un pensiero diverso dal suo, non celando qual è il proprio, ma spiegando perché ritiene migliore il proprio, mostrando però con pari accuratezza le ragioni di quello opposto. Un alunno non sarà tenuto ad indossare alcuna maglietta, né ad aderire all'uno piuttosto che all'altro pensiero, ma avrà vinto la sfida della maturità se avrà saputo formarsi un pensiero terzo, il suo, quello che dovrà imparare a difendere rispettando i pensieri che nel prosieguo della sua vita democratica non smetterà mai di incontrare. 

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