Lettera di Zaia ai veneti per il 25 aprile: «Anche oggi Paese da ripensare»

Il presidente della Regione: «La domanda che i giovani della Resistenza si facevano allora è "Come vorremmo vivere domani?". È la stessa domanda di oggi»

Luca Zaia (Foto Facebook)

In occasione della ricorrenza e delle celebrazioni per il 25 aprile, anniversario della Liberazione d'Italia, il presidente del Veneto Luca Zaia ha inviato una lettera aperta ai veneti.

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75 anni fa l'Italia viveva il momento del riscatto, della liberazione e iniziava il cammino della rinascita e della ricostruzione - scrive Zaia - Oggi, a tre quarti di secolo di distanza, c'è una nuova ricostruzione tutta da scrivere, un Paese da reinventare. La domanda che i giovani della Resistenza si facevano allora è "Come vorremmo vivere domani?". È la stessa domanda di oggi, un Paese da ripensare.
La lotta di Liberazione fu impegno e sacrificio di popolo, un fatto corale e doloroso. Oggi come ieri avvertiamo tutti il bisogno di un clima di ritrovata fiducia e collaborazione per riuscire ad affrontare insieme questa nuova emergenza, per superare il rischio di una crisi che si preannuncia la peggiore dal dopoguerra. Non vogliamo, e non dobbiamo permettere, che questa emergenza allarghi le distanze e le disuguaglianze tra tutelati e precari, tra chi sta meglio e gli ultimi della fila.
Il primo pensiero corre oggi a chi la guerra e la Resistenza l’ha fatta due volte: la prima, allora, contro un nemico visibile, contro un esercito invasore; la seconda, oggi, contro un nemico invisibile e subdolo. Molti delle oltre 1.200 vittime venete del virus appartenevano a quella generazione che è stata protagonista degli anni della ricostruzione. Sono i nostri nonni, protagonisti di una storia di orgoglio, fatica, immigrazione, povertà, ma anche di riscatto, lavoro, intrapresa, lingua e cultura, che ha fatto grande questo Veneto, non solo nel benessere, ma soprattutto nell’aspirazione alla libertà e alla giustizia. Dobbiamo rendere onore anche a chi non è caduto allora, ma purtroppo cade oggi, con un pensiero di Seneca, preso a prestito dal De brevitate vitae: "Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà te stesso (...) tu sei affaccendato, la vita si affretta: e intanto sarà lì la morte, per la quale, tu voglia o no, devi avere tempo".
A loro va il nostro silenzioso ricordo e omaggio, insieme a quello che tributiamo ai tanti veneti che combatterono ieri fino a dare la vita per libertà e giustizia: medici come Flavio Busonera; sacerdoti come don Giovanni Apolloni; vescovi come monsignor Girolamo Bortignon; giovanissime staffette come Tina Anselmi; giuristi come Silvio Trentin; intellettuali come il rettore Concetto Marchesi; insegnanti di scuola come il professor Mario Todesco e tanti altri che vivono nei nomi delle nostre strade e delle nostre scuole e istituti, oltre a tutti quelli che non hanno avuto gli onori dei libri di storia ma che sono stati determinanti per l’affermazione della libertà.
"L'applauso più sentito è il solenne silenzio", scriveva Egidio Meneghetti, il farmacologo della scuola di medicina dell'ateneo patavino, che divenne rettore dell'università di Padova all'indomani della Liberazione, mentre ricordava il sacrificio di tanti studenti e docenti di quello che era l’ateneo della regione. Quella stessa università, medaglia d’oro della Resistenza per il valore militare, alla quale guardiamo oggi come punto di riferimento della ricerca scientifica e delle scienze mediche nella battaglia contro questa pandemia. Una battaglia che ci vede tutti protagonisti di un inedito percorso di resilienza e di ritrovato impegno a liberare le energie migliori per la nuova ricostruzione che ci attende.

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