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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
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Influenza aviaria, 23 focolai nel Veronese. Numero destinato a crescere

Il virus non si trasmette dagli animali all'uomo, ma è comunque un danno per le attività economiche. Il presidente di Copagri Veneto Carlo Giulietti: «Fondamentale attenersi strettamente alle misure di biosicurezza»

È purtroppo un conto che si aggiorna di giorno in giorno e la cui crescita non sembra arrestarsi né in provincia di Verona né nel resto d'Italia e d'Europa. Crescono sempre di più i focolai di influenza aviaria. Il virus del sottotipo H5N1 si sta diffondendo negli allevamenti di tacchini, polli e galline. Animali che devono essere abbattuti per evitare nuovi contagi. La trasmissione, per fortuna, non avviene dagli animali all'uomo, ma l'aviaria rimane un problema serio per le attività economiche.
L'ultimo dato disponibile sui focolai di influenza aviaria, destinato presto ad aumentare, è di 23 ed è praticamente raddoppiato nel giro di pochi giorni. Ed aumentano anche i territori comunali in cui questi focolai si sono sviluppati. Dopo i primi casi di Ronco all'Adige, il virus è stato individuato in allevamenti di San Bonifacio, Nogara ed Angiari. A questi si sono ora aggiunti nuovi casi a Isola della Scala, Roverchiara e San Pietro di Morubio.

«Al momento la situazione sembra essere relativamente sotto controllo, ma vista l'aggressività e la pericolosità del virus è fondamentale mettere tutta l'attenzione del caso sulla necessità di attenersi strettamente alle misure di biosicurezza indicate dalle autorità competenti - ha dichiarato il presidente di Copagri Veneto Carlo Giulietti - Oltre a segnalare qualsiasi sintomatologia sospetta, invitiamo tutti gli allevamenti avicoli a rispettare i protocolli individuati per evitare il rischio di contagi indiretti; attenzione quindi alla disinfezione dei camion, all'ingresso e all'uscita dall'azienda, e all'utilizzo di calzari e abbigliamento dedicato, evitando il contatto diretto tra uccelli selvatici e pollame e limitando le visite esterne in allevamento».

Ma di focolai, ormai, se ne contano ovunque e le soluzioni fin qui adottate sembrano capaci solo di mitigare il problema ma non di risolverlo. Tanto da indurre Lorenza Bianchi, responsabile area Animali negli Allevamenti dell'associazione animalista Lav, ad avanzare una proposta radicale: «Le autorità sanitarie parlano di misure di sicurezza potenziate di comportamento degli operatori all'interno degli allevamenti e di disinfezione dei mezzi: quello di cui non si vuole parlare è la necessità di un cambiamento totale dell’approccio che abbiamo nei confronti dello sfruttamento degli animali coinvolti nelle filiere alimentari di tutto il mondo».
Per la rappresentante della Lav si sono create delle condizioni perfette per la diffusione del virus tra densità altissime di animali negli allevamenti e la loro debolezza immunitaria causata da una selezione genetica. «Quello che avremmo dovuto imparare dalla pandemia di Sars-Cov-2 ancora in corso è che non possiamo continuare a basare sullo sfruttamento degli animali e sulla distruzione dell’ambiente la nostra presenza su questo Pianeta - ha concluso Bianchi - Invece ci ritroviamo ancora qui, in attesa della quarta ondata, a combattere con un altro virus molto pericoloso senza però mettere in discussione le cause che ne determinano la diffusione».

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