Pfas, il Governo stanzia altri 23 milioni per offrire acqua pulita ai cittadini

Il finanziamento è suddiviso in due anni e segue quello di 57 milioni già erogati. Nel frattempo continuano le ricerche scientifiche per trovare strategie mediche da adottare per limitare i danni all'organismo prodotti dai Pfas

Lavori alle nuove condutture per evitare di prelevare acqua da falde contaminate

Il Governo ha mantenuto l'impegno di finanziare le opere che permetteranno ai cittadini veneti toccati dall'inquinamento Pfas di aprire i propri rubinetti e di avere acqua proveniente da falde non contaminate. Il Ministero dell'ambiente stanzierà 20 milioni quest'anno e oltre 3 milioni l'anno prossimo per integrare i quasi 57 milioni già erogati e messi a disposizione del commissario per l'emergenza Pfas Nicola Dell'Acqua. Il totale è 80 milioni di euro, arrivati da Roma per garantire un servizio idrico sicuro ai cittadini. Attualmente, infatti, l'acqua viene prelevata da falde inquinate da Pfas ed è potabile solo grazie ad un dispendioso meccanismo di filtraggio e pulizia. Dunque, l'obiettivo dei lavori predisposti da Dell'Acqua è quello di pescare l'acqua da falde non inquinate, così da poter escludere dal principio il rischio Pfas. E per raggiungere lo scopo entro la fine dell'anno prossimo, anche il Governo ha fatto la sua parte.

Nel frattempo continuano le ricerche scientifiche sui Pfas, sui danni che l'assunzione di queste sostanze crea all'organismo umano e sulle strategie mediche che si potrebbero adottare per limitare o annullare questi danni. Ad esempio, diversi studi hanno dimostrato che i Pfas interagiscono in modo negativo sul sistema endocrino-riproduttivo maschile e femminile. In particolare, nelle donne l'esposizione a queste sostanze si associa a più frequenti irregolarità mestruali, a ritardi della pubertà nelle adolescenti e a un maggior rischio di aborti in donne adulte.
La direzione prevenzione dell'area sanità e sociale della Regione Veneto ha recentemente diffuso una serie di informazioni aggiornate sull'incidenza dell'inquinamento da Pfas sugli esiti materni e neonatali, contenute nell'aggiornamento dello studio a cura del registro nascite. Lo studio mette a confronto alcuni esiti materno-infantili tra aree a diversa esposizione, basandosi sull'andamento delle gravidanze di donne residenti nelle aree inquinate e sulla salute dei rispettivi nati, con copertura pressoché totale della popolazione presa in esame. I risultati ottenuti riportano un incremento di pre-eclampsia, diabete gravidico e di nati con basso peso alla nascita per età gestazionale. Tutte queste manifestazioni condividono una fine regolazione da parte degli ormoni riproduttivi e i meccanismi biologici coinvolti nell'alterazione riproduttiva sono stati trovati dal gruppo di ricerca dell'università di Padova del professor Carlo Foresta. «Il nostro studio - spiega Foresta - dimostra che i Pfas sono in grado di interferire sulla funzione dell'ormone progesterone, giustificando l'elevata frequenza di irregolarità mestruali e di aborti precoci riscontrata nelle donne provenienti da aree contaminate».
In particolare è stato dimostrato che, su più di 20.000 geni analizzati, il progesterone normalmente ne attiva quasi 300, ma in presenza di Pfas 127 vengono alterati e tra questi quelli che preparano l'utero all'attecchimento dell'embrione e quindi alla fertilità. «La mancata attivazione di questi geni da parte del progesterone altera le importanti funzioni coinvolte nella regolazione del ciclo mestruale e nella capacità dell'endometrio di accogliere l'embrione - conclude Foresta - e quindi giustificano la difficoltà di concepimento, la poliabortività e la nascita pre-termine. A questo punto la comprensione di una interferenza importante dei Pfas sul sistema endocrino-riproduttivo sia maschile che femminile e sullo sviluppo dell'embrione, del feto e dei nati, suggerisce l'urgenza di ricerche che intervengano sui meccanismi di eliminazione di queste sostanze dall'organismo soprattutto in soggetti che rientrano nelle categorie a rischio. Allo stato attuale a livello internazionale non ci sono ancora segnalazioni. In quest’ottica, la nostra ricerca apre scenari di trattamento innovativi in quanto è buona pratica clinica, laddove sia presente una difficoltà al concepimento a causa di fattori di rischio che intervengono sulla funzionalità del progesterone, somministrare a queste donne una terapia farmacologica con progesterone esogeno. In questo scenario di ridotta capacità funzionale di questo ormone a causa dell'azione inibente dei Pfas, si può ipotizzare un trattamento similare anche nelle donne residenti in zone esposte e che sono desiderose di prole, per ridurre gli effetti negativi indotti dagli Pfas».

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