Carenza di mascherine, Federfarma: «Non siamo speculatori. Basta attacchi»

La presidente di Federfarma Verona Elena Vecchioni difende la categoria: «Operiamo alacremente per fare il nostro dovere anche se ci dobbiamo difendere dagli utenti infuriati che ci accusano di ladrocinio»

Foto Facebook - Federfarma Verona

«Non siamo speculatori che nascondono le mascherine chirurgiche aspettando che i prezzi si alzino, ma molto semplicemente quelle promesse dal Governo non le abbiamo ancora ricevute. Chiediamo rispetto per una categoria che non ha chiuso un giorno, anche senza le necessarie protezioni, dall'inizio dell'emergenza Covid-19 quando i pronto soccorsi erano blindati e gli ambulatori dei medici di medicina generale a ritmo ridotto». La presidente di Federfarma Verona Elena Vecchioni si fa portavoce del forte disagio dei farmacisti veronesi che in questi mesi sono rimasti sempre e comunque a fianco della popolazione.

«Le poche mascherine che si trovano nelle farmacie di Verona e provincia a macchia di leopardo sono quelle che faticosamente e in quantitativi limitati alcuni di noi riescono a reperire nel mercato legale e mettono a disposizione dell'utenza in maniera contingentata per potere soddisfare, quando appunto si può, il maggior numero di famiglie - continua Vecchioni - La stessa cosa vale per guanti e alcol che sono in forte carenza. Ritengo che sia doveroso il rispetto alle farmacie e a tutti coloro che vi lavorano perché stiamo operando alacremente per fare il nostro dovere anche quando dalla sera alla mattina apprendiamo notizie fondamentali, come quella relativa alla calmierazione dei prezzi delle mascherine chirurgiche a 50 centesimi dimenticandosi dell'Iva al 22% (prezzo finale 61 centesimi, quindi, e oltretutto senza che nessuno abbia ancora messo mano alla ventilata abolizione di questo balzello che considera le mascherine un "bene di lusso"). Al di là del fatto che in quell'occasione la mattina dopo abbiamo dovuto difenderci noi dagli utenti infuriati che ci accusavano di ladrocinio, spiegando, ovviamente non creduti vista la rabbia ingiustificata che montava nei nostri riguardi, che per la legge antiriciclaggio, non potevamo vendere sotto costo un prodotto acquistato a prezzo superiore, ma lo abbiamo potuto legalmente fare subito dopo, solo a seguito di un provvedimento in deroga emanato dal Governo. E riteniamo che la categoria interessata più direttamente avrebbe dovuto essere interpellata prima. Federfarma, inoltre, aveva espresso da subito preoccupazioni sulla futura irreperibilità, preoccupazioni poi concretizzatesi dato che la catena distributiva del farmaco è conosciuta in ogni suo passaggio dai farmacisti abituati a procurare nel più breve tempo possibile ogni categoria di farmaci, colloquiando con grossisti e fornitori non per telefono, ma via modem con la velocità della fibra. Anche se nelle scorse ore il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri ha confermato come la responsabilità di questa emergenza non possa essere in alcun modo attribuita ai farmacisti, siamo ancora noi a subire le illazioni della gente su comportamenti scorretti e su guadagni illeciti quando anche i controlli delle forze dell'ordine hanno registrato comportamenti non conformi nello 0,19% dei controlli (secondo i dati nazionali una trentina a fronte di 19.000 farmacie territoriali). Vi sono nazioni come la Spagna che vendono le mascherine a 0,96 centesimi e risultano quindi economicamente più appetibile per gli importatori che quindi riforniscono quelle nazioni rispetto alla nostra. Così noi rimaniamo sforniti quando dobbiamo invece soddisfare la richiesta di protezione dal virus dell’utente. Le farmacie non sono responsabili nemmeno del fatto che le aziende italiane individuate dal Governo per la produzione delle mascherine debbano subire lunghi iter per ottenere le certificazioni e quindi non sono ancora in grado di immettere sul mercato legale questi indispensabili dispositivi medici. Non è colpa nostra se non arrivano in farmacia i famosi 55 milioni di mascherine citati dal commissario straordinario, ma le accuse molto pesanti del cittadino le riceviamo noi perché siamo sempre aperti e siamo l’ultimo anello di una catena sanitaria pubblica che ha mantenuto giorno e notte il contatto diretto con pazienti molto disorientati e preoccupati, come lo siamo noi. Noi abbiamo sempre cercato di supportare e aiutare i nostri pazienti nella loro richiesta di farmaci e di consulenza andando anche di casa in casa, finito il lavoro in farmacia, recandoci nei luoghi più disparati dalla città agli estremi confini della provincia, lago e monti inclusi, per consegnare non solo un farmaco, ma il più delle volte per dare una parola di conforto a chi si trovava e si trova tuttora in difficoltà, come gli anziani o gli ammalati spesso soli e impossibilitati a muoversi e a uscire di casa. Tutelare la nostra dignità professionale e umana significa anche ristabilire i giusti rapporti con il cittadino, per il suo bene, spiegandogli nel dettaglio quali sono i complessi e anche per noi deleteri meccanismi che regolano un mercato sicuramente alterato, ma sicuramente non dai farmacisti che mentre la normativa continua a cambiare, continuano a morire contando oggi a livello nazionale 17 decessi e 1.000 contagiati nell'assolvimento del proprio dovere».

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