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Lunedì, 23 Maggio 2022
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Dal 2020 un cittadino su quattro ha incontrato il virus: il 93% dei veronesi è protetto contro Covid

Si è conclusa la seconda fase dello studio epidemiologico condotto dall’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar in collaborazione con il Comune di Verona, Università scaligera, Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata e Ulss 9

Da marzo 2020 ad oggi, 1 veronese su 4 ha contratto il Covid. Il 9 per cento senza saperlo, in maniera completamente asintomatica o con sintomi leggerissimi. Sale così al 93 per cento la quota dei cittadini, con almeno 10 anni, protetta dal virus. Grazie anche alla copertura vaccinale che si attesta attorno al 92 per cento. Sono questi i principali dati emersi dalla seconda fase dello studio epidemiologico “Comune di Verona 2020”, iniziato nella primavera di due anni fa, in piena prima ondata pandemica. La ricerca è stata condotta dall’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e ha visto la collaborazione di Comune di Verona, Università scaligera, Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata e Ulss 9.

Su un campione di 1.515 cittadini, la prima fase dello studio (maggio 2020) aveva rilevato che i veronesi venuti a contatti con il virus erano stati il 5,2%. A 18 mesi di distanza (novembre 2021) la prevalenza risultava del 14,4%. A gennaio 2022, dopo due mesi di Omicron, il 23,5% dei veronesi interpellati – circa 1 su 4 - ha dichiarato di aver contratto il SARS-CoV-2. Dato, quest’ultimo, che attesta un incremento 7 volte superiore della diffusione del virus con la variante rispetto ai 18 mesi precedenti. L’ospedalizzazione complessiva è arrivata al 3,5 per cento.

Questa mattina, in diretta streaming, sono stati illustrati i risultati dello studio. Presenti il sindaco Federico Sboarina, per l’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar l’amministratore delegato Mario Piccinini, il responsabile dell'Unità Semplice di Pneumologia e coordinatore dello studio Carlo Pomari e il direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia Zeno Bisoffi, il direttore UOC di Pneumologia Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Claudio Micheletto, il Pro Rettore vicario dell’Università di Verona Roberto Giacobazzi, il biostatistico Massimo Guerriero e il professore Igiene e Medicina preventiva, ambientale e occupazionale Albino Poli.

«Questa ricerca, unica in Italia, ci ha permesso di avere una fotografia dell’evoluzione pandemica in città – ha detto il sindaco Federico Sboarina -. E dell’incidenza del virus sul territorio,  con dati scientifici alla mano. Quanto emerso ci dice che Verona è ad un livello buono di sicurezza e protezione dal virus, questo non può che rasserenarci dopo due anni di pandemia. Siamo orgogliosi di avere a Verona queste eccellenze medico-scientifiche, grandi professionisti che ci invidiano a livello nazionale e che sono una garanzia per la comunità veronese. La prima indagine era stata fatta subito dopo la primissima ondata pandemica, che ebbe caratteristiche molto diverse dall’ultima. La variante Omicron è arrivata nel corso della seconda fase della ricerca, quindi lo studio è stato il termometro in tempo reale dell’emergenza ed ha permesso anche scelte amministrative tarate su dati certificati».

«Questa collaborazione attesta il grande interesse e impegno dell’Università per fronteggiare la pandemia in quanto ente di ricerca e formazione – ha affermato Giacobazzi -. Usciremo da questa situazione attraverso l’impegno dei ricercatori su scala internazionale, ma Verona sull’immunologia ha punte di eccellenza assolute. E questo è stato confermato anche dai risultati di gestione della pandemia. Il nostro impegno ora è arrivare ad attivare progetti strategici in questo ambito di indagine, grazie ai fondi del Pnrr. Parte della nostra missione, infatti, consiste nel puntare sulla ricerca di altissimo livello».

«Questo studio, a cui come ospedale abbiamo creduto fin dall’inizio, unisce due aspetti strategici – ha spiegato Piccinini -. È una delle ricerche che facciamo i cui risultati si trasformano in applicazioni cliniche immediatamente a vantaggio della salute dei pazienti o, come in questo caso, dei cittadini. Tale genere di ricerca è propria degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, di cui facciamo parte dal 2018. Il secondo aspetto, invece, appartiene alla storia centenaria dell’Ospedale di Negrar: un storia iniziata proprio 100 anni fa (nel 1922), radicata nel territorio e a servizio del territorio, in collaborazione con le istituzioni amministrative e sanitarie. Siamo un ospedale a gestione privata, ma la nostra funzione è pubblica. Un esempio è il nostro ruolo in questa pandemia che ci ha visto in prima linea fin dall’inizio nell’ambito della ricerca (49 studi Covid-19 approvati), dell’assistenza (1.100 ricoveri) e della diagnostica: solo nel 2021 l’IRCCS di Negrar ha effettuato per la popolazione generale 50.069 tamponi di cui oltre l’80% con prescrizione medica (Servizio Sanitario Nazionale). Infine, attualmente l’ospedale è centro vaccinale per la popolazione adulta e i minori dai 12 ai 17 anni».

«Innanzitutto è d’obbligo un grande ringraziamento ai veronesi che si sono resi disponibili in modo totalmente gratuito per questo studio, dimostrando un grande senso civico, in un momento difficile per tutti – ha sottolineato Pomari -. Grazie ai tamponi abbiamo potuto scattare un’istantanea del momento, ma con l’esame sierologico sul sangue oggi possediamo un quadro completo, comprendente anche gli asintomatici non sottoposti a test, che rappresenta uno strumento formidabile a disposizione delle istituzioni amministrative e sanitarie per le decisioni future. La luce c’è in fondo al tunnel e ci stiamo avvicinando, ma manteniamo per ora la mascherina e il distanziamento soprattutto in luoghi chiusi. E naturalmente vacciniamoci anche con la terza dose, se non lo abbiamo già fatto».

«Gli studi epidemiologici su un campione statisticamente significativo hanno proprio questa particolarità: l’indagine su un ristretto numero di persone consente di estendere i risultati su un’intera popolazione. In Italia ricerche Covid-19 di questo genere sono davvero poche – ha aggiunto Guerriero -. Sicuramente la ‘sorpresa’ più grande è stato il tasso di crescita delle infezioni dovute a Omicron: tanto che le stime iniziali prevedevano un picco a Verona della quarta ondata tra il 25 e il 31 dicembre 2021, mentre si è manifestato ben oltre (a metà gennaio). Questa ricerca ci consente di essere ottimisti per il futuro, ma con cautela. Il tasso di ospedalizzazione rilevato (3,5%), applicato alla percentuale dei cittadini non protetti, potrebbe portare a un numero importante di ospedalizzazioni. Naturalmente si tratta di una stima prospettica condizionata dall’incremento o meno del numero delle vaccinazioni. L’unico modo per smentirla è che chi non si è vaccinato lo faccia, subito».

«I dati di Verona sono eloquenti, ci dicono che ci stiamo avviando verso quella che io chiamo una “semi immunità di gregge – ha chiarito Bisoffi -. Infatti, sommando i vaccinati con almeno due dosi e chi ha avuto il COVID, la grande maggioranza della popolazione veronese è protetta, ma questa protezione è parziale. Più efficace contro la malattia, meno efficace contro il rischio di infezione. Inoltre la durata della protezione è limitata nel tempo. Ci aspettano mesi più sereni, probabilmente la prossima stagione invernale vedrà una minor circolazione del virus e la pressione sui nostri ospedali sarà inferiore. Per consolidare questo risultato, però, la condizione indispensabile è raggiungere e mantenere nel tempo una copertura vaccinale molto elevata. Altrimenti nuove ondate saranno inevitabili».

«Dal mio reparto e osservatorio – ha aggiunto Micheletto -, non posso che confermare quanto i dati di questo studio hanno dimostrato. Il fenomeno va controllato con la vaccinazione, altrimenti solo il 24 per cento dei cittadini è coperto. Queste analisi ci fanno comunque ben sperare nel futuro, oggi la malattia è meno grave e l’elevata diffusione del virus dovrebbero portare a prossime ondate meno pesanti. Ma va pensato qualcosa di strutturale, per uscire dall’emergenza e avere strutture stabili dedicate, in grado di gestire la malattia e lasciare gli altri reparti liberi di lavorare. L’ospedalizzazione del 3 per cento è bassa ma tutto dipende dal totale a cui si riferisce. Se comparata ai 3 mila tamponi di ieri, ad esempio, diventa un numero importante per i nostri ospedali».

«Il virus è diventato endemico, ci dovremo convivere in futuro come siamo abituati a fare con l’influenza – ha concluso Poli -. E dovremo trovare sistemi di gestione sia delle infezioni che della malattia, non possiamo vivere in un contesto di perenne emergenza. Lo vediamo nella scuola, tanti sono i bimbi a casa in quarantena totalmente asintomatici, ma critici perché sorgenti di infezione per contatti stretti. Il vaccino attuale non protegge dall’infezione ma dalla malattia, quindi dovremo mettere in moto organizzazioni che ci consentano in tempi rapidi di tornare a una vita normale, convivendo con il virus».  

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