Tamponi, medico di base veronese scrive a Zaia: «Manca la sicurezza»

Franca Mirandola, dirigente nazionale Fismu, critica l'accordo nazionale recepito dalla Regione Veneto con un'ordinanza. «È inadeguato»

(Foto di repertorio)

«Abbiamo predisposto l'invio ai medici di base veneti dei 64mila tamponi rapidi avuti dal Governo. I medici riceveranno il kit completo, con i tamponi ed i dispositivi di protezione da indossare durante i test». Lo ha dichiarato oggi, 3 novembre, Luca Zaia tra le varie comunicazioni di aggiornamento sull'emergenza coronavirus.

Ma il tema dei tamponi svolti dai medici di base rimane al centro di polemiche, anche a Verona, soprattutto dopo l'ordinanza firmata dallo stesso Zaia. Non tutti i professionisti, infatti, sono in condizioni di poter eseguire questi test in sicurezza. E mentre la politica locale si mobilita per trovare soluzioni, una medica di medicina generale di Verona ha preso in mano una penna ed ha scritto una lettera indirizzata a Luca Zaia, ma anche al ministro della salute Roberto Speranza. Il messaggio contiene infatti una critica all'accordo trovato a livello nazionale e recepito a livello regionale per includere i medici di base nelle rete di coloro che possono fare tamponi per scoprire i positivi al coronavirus. Per la veronese Franca Mirandola, dirigente nazionale Fismu (Federazione Italiana Sindacale Medici Uniti), l'ordinanza di Zaia «interpreta punitivamente un già inconsistente, e inadeguato, accordo nazionale, che da una lato impone l'obbligatorietà per i medici di fare i test per il coronavirus, dall'altro prevede la necessità che fossero fatti in sicurezza. Una condizione, questa ultima, che esclude la maggioranza degli ambulatori, oltre l'80% delle strutture, e impone alle istituzioni pubbliche di mettere a disposizione locali adeguati, personale, e, in tutti i casi, sufficienti dispositivi di protezione personale». E, nella sua lettera, Mirandola aggiunge: «Dopo 7 mesi sono finalmente uscita dall'ospedale dove i miei colleghi, che ringrazio ogni giorno, mi hanno curato da questa “bestia”, il Covid-19, che mi ha colpito duramente portandomi due volte in fin di vita in rianimazione. E ancora lotto con le conseguenze della malattia. Un male che mi ha preso in ostaggio molti mesi fa mentre facevo appunto il mio lavoro, tra i miei pazienti, senza, purtroppo, adeguati dispositivi di sicurezza, assenti per precise responsabilità politiche. Quell'accordo nazionale è inadeguato rispetto alla gravità della situazione»

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