«La Regione Veneto intervenga per i pozzi privati contaminati da Pfas»

I consiglieri regionali Guarda, Bartelle e Ruzzante hanno presentato una mozione. La giunta regionale ha risposto, ma per i tre consiglieri di minoranza non basta

Pozzo (Foto di repertorio)

Nella sua valutazione dell'esposizione alimentare e caratterizzazione del rischio Pfoa e Pfos, l'Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha rimarcato che l'esposizione al rischio di contaminazione da sostenze Pfas è diventato basso anche per i cittadini della zona rossa, ma è rimasto alto per le famiglie che fanno uso di pozzi autonomi. Una valutazione che ha mobilitato i consiglieri regionali di opposizione Cristina Guarda, Patrizia Bartelle e Piero Ruzzante, i quali hanno sottoscritto insieme ad Anna Maria Bigon e ad Andrea Zanoni del Partito Democratico, una mozione per chiedere un intervento della Regione.

Numerosi residenti si servono ancora di pozzi privati perché non hanno mai avuto né collegamento all'acquedotto, né fornitura d'acqua alternativa e ciò è inaccettabile - scrivono i consiglieri regionali Guarda, Bartelle e Ruzzante - Queste persone sono state dimenticate da anni, è necessario fornirgli un supporto pratico e finanziario. Di loro non si occupa più nessuno in Regione. Non c'è né una comunicazione, né un progetto per rendere meno difficoltosa la loro vita. Nel tempo i gestori hanno provveduto ad ampliare la rete acquedottistica, ma molti residenti sono ancora tagliati fuori. Siamo tornati indietro, e in peggio, di oltre 40 anni: nel 1977, a Vicenza, a seguito della scoperta di una contaminazione delle acque causata dall'allora Rimar, poi Miteni, fu disposta la chiusura del campo pozzi e di quelli privati garantendo ai cittadini la fornitura di acqua tramite l'impiego, nel breve periodo, di autobotti. È questa immediata capacità di azione che i cittadini si aspetterebbero ed è ciò che torniamo a chiedere.

E alle dichiarazioni dei consiglieri regionali di minoranza, l'ufficio stampa della giunta regionale ha trasmesso alcune precisazioni.

Per quanto concerne i pozzi ad uso civile, fin dal 2014 l'ente gestore ha stanziato dei fondi per l'estensione della rete acquedottistica a tutti gli utenti che non fossero allacciati alla rete, ma l'estensione del territorio ed il numero degli interventi fa sì che, pur essendo tutti programmati, questi siano ancora in corso. La Regione Veneto non ha competenza né può provvedere ad imporre che tali utenze (quelli che attingo ancora da pozzi privati) siano allacciate alla rete idrica dell'acquedotto dal momento che la competenza in materia è dei Comuni, che immediatamente dopo l'emergenza hanno adottato ordinanze di divieto di uso di tali pozzi privati. A livello normativo nessun ente può imporre l'obbligo, che invece sussiste per l'allacciamento alla rete fognaria ove esistente. In ogni caso, anche se fosse disposto un obbligo di tale genere, il costo dell'allacciamento, andrebbe a ricadere sulla tariffa del servizio idrico di tutti i cittadini ricadenti nel territorio servito dall'ente gestore.
Per quanto riguarda i pozzi ad uso irriguo, nel 2017 la Regione Veneto ha affidato ad Arpav il monitoraggio e il campionamento gratuito dei pozzi irrigui, zootecnici e domestici nei 21 comuni della Zona Rossa. I pozzi campionati da Arpav sono stati 66: 25 ad uso irriguo (di cui 9 nel comune di Alonte), 17 ad uso zootecnico (di cui 11 nel comune di Albaredo d'Adige), i restanti 24 ad uso domestico. La risposta degli agricoltori e dei territori interessati è stata inferiore alle aspettative.

«Risposte evasive», le hanno definite Guarda, Ruzzante e Bartelle. «È vero che ci sono i gestori che hanno provveduto ad allacciare alcune nuove utenze e ciò lo abbiamo fatto emergere, ma molte restano quelle impossibili da raggiungere per motivi logistici. A queste situazioni la Regione deve trovare rimedio: non lavandosene le mani dietro le insufficienti ordinanze dei sindaci, oppure chiudendo i pozzi, lasciando le persone senz'acqua e costringendole ad usarla in bottiglia».

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