Cosa fare a Verona e provincia durante il weekend dal 10 al 13 aprile 2020

I nostri consigli su come trascorrere il vostro fine settimana

Piazza Bra - webcam Comune di Verona

Restare a casa (per chi non può farlo).

Torneranno i prati, era il titolo di un bel film e, si spera, sarà così davvero, prima o poi torneranno i prati e i picnic. Non questo fine settimana, non questi strani giorni di "festa" che guarderemo ancora dalla finestra. A distanza di un mese circa dall’inizio effettivo dell’emergenza sanitaria causata dal coronavirus Sars-CoV-2, s’incominciano in Italia a vedere quelli che, non senza un certo grado di primaverile avventatezza, potremmo definire i primi spiragli. Quanto ci sia di vero e quanto invece di soltanto sperato in tutto ciò, non spetta ovviamente a noi dirlo, bensì agli "esperti", ai comitati "tecnici e scientifici" che, oggi come non mai, si trovano dinanzi a delle scelte da prendere d’importanza capitale. Quando uscire? Come farlo? Chi potrà farlo? Per quanto tempo? Per fare cosa? Sono solo alcune delle domande cui è necessario qualcuno trovi una risposta prima di fornire nuove indicazioni che aprano all’eventualità di una "fase 2".

Intanto, oggi e fino a nuovo ordine, si resta tutti quanti nell’ormai ben nota "fase 1", quella delle restrizioni e dei divieti con i quali abbiamo in tanti imparato a familiarizzare. Resistere alle tentazioni delle belle giornate di sole resta oggi più necessario che mai, proprio per evitare di vanificare i tanti sforzi che fino ad ora, comunque, sono già stati fatti. Vi è un margine d’incertezza enorme in tutta l’intera vicenda "emergenza coronavirus", da giorni si naviga a vista sotto molti aspetti e, purtroppo, non pare esservi alternativa, poiché davvero numerosi sono i "punti ciechi" o le zone d’ombra che la pandemia in atto presenta agli occhi anche dei più preparati ad affrontarla. Naturalmente il più grande peso in questa storia l’esercita l’assenza di un vaccino, ma proviamo a rispondere anche ad un’altra, apparentemente semplice, domanda: quanti sono i "positivi" ad oggi in Italia? A Ben guardare, nessuno lo sa né può dirlo con certezza. I dati della Protezione civile, pur sempre utili nell’indicare una tendenza, si aggiornano ogni 24 ore e parlano di circa 100mila persone, ma vi sono studi scientificamente autorevoli che calcolano siano quasi 6 milioni le persone ad oggi contagiate nel nostro Paese. Come è possibile tutto ciò? Come si spiega una simile differenza di proporzioni?

Da una parte la giustificazione è che non si è potuto fare uno screening della popolazione sufficientemente ampio per garantire numeri riferiti ad un campione di gran lunga più vasto, d’altro canto è nelle cose, è nella natura del virus il fatto di riservare ad una larga parte dei suoi ospiti un trattamento "delicato", addirittura in molti casi lasciandoli asintomatici o paucisintomatici. Per questo una stima, da prendere come tale ma comunque "credibile", è quella che per ogni persona trovata (cioè effettivamente rilevata attraverso un test) "positiva" al virus, ve ne siano altre 6/10 che sono invece, chiamiamoli così per semplicità, "positivi inconsapevoli". La grande insidia è dunque sempre la stessa, quella cioè di ritenersi esentati dallo "sgradito ospite" per il semplice fatto di sentirsi bene, di non aver mai avuto modo di riconoscere in se stessi i segni della sua presenza. Ebbene, è anzitutto contro questa fallacia interpretativa applicata al proprio stato di salute e le connesse conseguenze in termini di proliferazione di contagi, ricoveri e decessi che la misura del "restare a casa", oggi, risulta essere l’unica realmente efficace, per quanto sgradita e deleteria a lungo andare possa anch’essa rivelarsi.

Il desiderio per molti è oggi innegabilmente quello di uscire di casa, ma vi è anche chi in tutti questi giorni ha continuato indefessamente a farlo. Non ci riferiamo a chi lo ha fatto senza averne titolo, questa è tutta un’altra storia, bensì a quelle donne e quegli uomini che, per i più svariati e legittimi motivi, hanno finora dovuto uscire di casa. Si fa giustamente spesso riferimento in tal senso a chi, tra personale medico, infermieristico e operatori sanitari, con costanza ed encomiabile impegno ha ogni giorno preso in carico pazienti negli ospedali, piuttosto che nelle case di riposo, o anche in un semplice ambulatorio. Non è da meno il servizio prestato alla comunità dai lavoratori nelle farmacie, ma perché non ricordarsi anche di commessi e commesse dei supermercati? Certo a fronte di responsabilità indubbiamente minori rispetto a quelle di un medico in Rianimazione a stretto contatto con pazienti Covid, ma vi sono comunque un largo numero di persone che, nonostante tutto, hanno fino ad oggi continuato a uscire di casa, perché il loro lavoro era e resta necessario, essenziale affinché un Paese non si fermi del tutto. Vi sono i tanti operai di quelle industrie che non possono fermarsi, gli agricoltori che tra mille difficoltà proseguono nelle loro attività, o ancora pensiamo agli edicolanti che garantiscono ai cittadini la possibilità d’informarsi, ma anche ai netturbini che si preoccupano della pulizia nelle strade e, dove ciò è previsto, del regolare svolgimento della raccolta differenziata e relativo smaltimento dei rifiuti.

A questa approssimativa e inevitabilmente parziale lista, vanno poi ad aggiungersi quelle categorie di uomini e donne che oggi continuano ad uscire di casa per dedicarsi agli altri in difficoltà a causa proprio dell’emergenza. Vi sono i volontari della Protezione civile, ma anche quelli della Croce Rossa, o gli stessi soccorritori del 118, o ancora della Croce Verde che continuano ad operare là dove vi sia bisogno di loro. Vi sono le innumerevoli associazioni di volontariato, vi sono i vigili del fuoco, gli alpini, ma anche tutti i componenti di quelle che si è soliti definire le "forze dell’ordine", dagli agenti delle polizie locali o provinciali, ai carabinieri, passando per la polizia di Stato e i militari dell’esercito.

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C’è un breve racconto che rivela come al di qua di ogni divisa (che si tratti del camice bianco di un dottore, della tuta di un operaio, o di quella più tradizionale sulla quale appuntare dei gradi, non fa dopotutto una grande differenza), vi siano in fondo sempre uomini e donne, ragazze e ragazzi, tutti quanti là fuori quando sarebbe forse più agevole restarsene a casa. A raccontarla è stato, ormai più di un mese addietro in un’intervista al Corriere della Sera, il comandante provinciale dei carabinieri di Bergamo. Un collega carabiniere finito contagiato dal coronavirus è morto all’età di 46 anni, lasciando una bambina e la moglie. Quest’ultima nel giro di un paio di settimane perse non solo il marito, ma anche il padre, ritrovandosi costretta in quarantena a chiedere aggiornamenti a distanza proprio al comandante, per conoscere le condizioni del marito durante i suoi ultimi giorni di vita. Una volta sopraggiunta la morte, la madre chiese un ultimo favore al comandante, quello di passare dalla loro abitazione per "confermare" all’incredula figlioletta la notizia della scomparsa del padre. Se oggi a tutti noi viene chiesto di restare a casa, è altresì per cercare di aiutare chi non può astenersi dall’uscire, anche quando sarebbe forse molto più semplice evitare di farlo…

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