Scritto tra il 1604 e il 1605 “Re Lear” è uno dei capolavori che hanno reso immortale il drammaturgo di Stratford on Avon. Tragedia cupa dove ipocrisia incomprensioni, odio, tradimenti, follia e morte s’intrecciano per raccontare il cupo orrore in cui può precipitare la natura umana quando, spinta da cupidigia e sete di potere cede ad istinti e passioni irrefrenabili.
Una regia a quattro mani, Francesco Manetti e Michele Placido (che è anche un sofferto e straziante protagonista del dramma) ha scelto una traduzione scarna e tagliente che ben rende il percorso della vicenda dove re Lear ingenuamente crede dapprima che basti dire “ciò che conviene non ciò che si sente”, per tenere a freno il mondo, salvo ricredersi, una volta uscito dalla pazzia ed esclamare con l’evangelista Matteo: “il vostro dire sia sì sì, no no! Il resto è del demonio!”.
“Re Lear è il mondo intero che va fuori di sesto, la natura scatenata e innocente riprende il suo dominio, riporta gli uomini al loro stato primordiale, nudi e impauriti in balia di freddo e pioggia a lottare per la propria sopravvivenza” [nota di regia]
Su di un palcoscenico dove la scenografia è dominata da una enorme corona regale spezzata semisepolta tra ruderi e detriti, la compassionevole storia di re Lear e delle sue figlie non potrà, ancora una volta, non commuovere gli spettatori del Teatro Romano di fronte alla tragica fragilità dell’ “umana condizione”.











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