Danio Manfredini sul palco di Modus con lo spettacolo "Divine"

Danio Manfredini: una delle voci più intense del teatro contemporaneo sul palco di Modus "Divine", liberamente ispirato al romanzo "Nostra Signora dei Fiori" di Jean Genet. Un nome di spicco nel panorama teatrale nazionale, per la rassegna "Teatro d'Altro" Nuovo appuntamento al Modus - il teatro di piazza Orti di Spagna - con lo spettacolo “Divine" di Danio Manfredini, una delle voci più intense del teatro contemporaneo, nome di spicco nel panorama teatrale nazionale.

Lo spettacolo andrà in scena venerdì 8 novembre alle ore 21.15. Lo spettacolo - prodotto da "La Corte Ospitale" - è liberamente ispirato al romanzo "Nostra Signora dei Fiori" di Jean Genet, che viene raccontato attraverso la voce e i bellissimi disegni di Manfredini stesso. Danio Manfredini, la sua voce, i suoi disegni. E un romanzo che lo ha accompagnato da sempre. Parole liriche, poetiche, sovrapposte ad una realtà troppo cruda, troppo nuda, per essere vista così com’è. Immagini disegnate dallo stesso Manfredini ispirate al romanzo, dai tratti neri, grigi, acquosi che rivelano figure icona, con il potere di calarsi in un umore, in una sfumatura del mondo interiore.

Tavole che illustrano, sequenza per sequenza, la storia di un ragazzino che incontra il suo primo amore, consumato fisicamente, alla croce lungo la strada di campagna che lo portava a scuola. Da quel giorno la sua vita non sarà più la stessa, squassato e febbricitante per il dolore causato dalla morte dell’innamorato, nasconderà la verità alla madre e scapperà. Lo rivediamo già trasformato in Divine, un travestito che sbarca il lunario facendo marchette nei bassifondi della capitale francese. Parigi nasconde a Divine le sue lumières: gli scintillanti boulevards non sono per i delinquenti, i trafficanti di droga, non sono per gli omosessuali che bruciano i loro amplessi nascosti in una stanza fredda.

Danio Manfredini dice: «Mi sono infilato nel romanzo di Jean Genet nel 1990: Non ne sono ancora uscito. Non so che cosa mi ha tenuto così a lungo legato a quelle pagine, a quelle storie. Incontravo le città, le persone, mi intrecciavo con loro, per finire spesso col dire: va bene, per oggi basta, chiudo la porta, ne ho abbastanza. Allora veniva il momento di aprire le pagine di quel libro e di trovare le parole liriche, poetiche, da sovrapporre ad una realtà incontrata, troppo cruda, troppo nuda, per essere vista così com’è. Non è che volessi decorare niente, ma quando disegnavo immagini ispirate al romanzo, quei tratti neri, grigi, acquosi, mi rivelavano figure icona, con aria quasi eroica nel loro attraversare la desolazione. Mi sono rispecchiato nell’infanzia di Louis, negli slanci amorosi di Divine e nelle sue tristezze. Mi sono ritrovato nella ribellione e nel senso di distruzione che emana il giovane assassino Nostra Signora dei Fiori. Li vedevo come archetipi, forse rappresentazioni mitologiche e quando nella vita, nella strada, andavo incontrando quelle tipologie umane che furono fonte di ispirazione per Genet, mi veniva da sovrapporre loro quell’immagine disegnata, come una lastra. Vedevo nell’oggi, incarnarsi nell’umano un archetipo. Il legame ossessivo col romanzo mi portava a pensare che avesse a che fare col mio destino e che avrei potuto riconoscere il mio tra uno di quelli dei personaggi. Destino vuole che io continuassi a leggere quel libro, a trarne immagini disegnate, appunti di sceneggiatura per il cinema. Il tempo è passato tra nuovi incontri, nuovi amori, amici scomparsi. Disegnavo le persone, era il tentativo di fissare la sensazione dell’incontro. Oggi guardo quei disegni come un promemoria che mi riconduce all’accadimento originale, il fatto reale che sta oltre l’immagine torna alla mia memoria, con il potere di calarmi in un umore, in una sfumatura del mondo interiore. Ho scritto la sceneggiatura di questo romanzo che presento al pubblico in forma di reading, mi accompagnano i disegni dello storyboard che avevo realizzato come primo immaginario di un film che è poi approdato al teatro nello spettacolo Cinema Cielo».

La scena è occupata dal telo su cui scorrono le immagini di un vero e proprio storyboard. Manfredini non è al centro del palco, è celato di lato, quasi invisibile al pubblico, legge il suo adattamento del romanzo, dando cento voci ai personaggi che popolano le pagine di Genet, come in un doppiaggio prismatico. Dopo un’iniziale stupore di fronte all’assenza del corpo dell’attore, si viene irretiti dal perfetto e sincronico connubio tra i tratti disegnati e la realtà impalpabile di individui che da letterari si fanno cinematografici. La voce di Manfredini è mirabile per varietà di toni – ora sottile ora virile, ora mellifluo ora imperioso – e per la tangibile comprensione verso esseri malinconici; la breve fissità delle tavole aiuta, inconsapevolmente, a sentirne l’atmosfera, a entrare in contatto profondo con figure che man mano ci appaiono sempre più vicine.

Se Danio Manfredini sa rapire l’immaginazione e nutrirla, sa trasportarci lontano, sa farci affezionare a Divine e ai suoi reietti compagni, è forse l’opera di Genet che invece, oggi, appare un poco stanca, così ineluttabilmente imbevuta di ossessione per la propria omosessualità; c’è una specie di pervicacia nell’innalzamento nobile dell’abiezione, un affondare compiaciuto negli abissi di bassezze e degradazione. Danio Manfredini è una delle voci più intense del teatro contemporaneo, è autore e interprete di capolavori assoluti quali Miracolo della rosa (Premio Ubu 1989), Tre studi per una crocifissione e Al presente (Premio Ubu come miglior attore 1999); lavori più corali come Cinema Cielo (premio Ubu come miglior regista 2004) e Il sacro segno dei mostri. Nel 2010 si confronta con il repertorio e debutta nel 2012 con lo spettacolo Il Principe Amleto dall’Amleto di Shakespeare, una produzione italo-francese (La Corte Ospitale, Danio Manfredini, Expace Malraux- Chambery, Aix en Provence). Nel 2013 riceve il Premio Lo Straniero come “maestro di tanti pur restando pervicacemente ai margini dei grandi circuiti e refrattario alle tentazioni del successo mediatico”.

Sempre nel 2013 riceve anche il premio speciale Ubu «Per l’insieme dell’opera artistica e pedagogica, condotta con poetica ostinazione e col coraggio della fragilità, senza scindere il piano espressivo dalla trasmissione dell’arte dell’attore. Questa costante ricerca, apertasi da ultimo alla via del canto, gli ha consentito di diventare uno dei rari maestri in cui diverse generazioni del teatro si possono riconoscere». Dal 2013 al 2016 è direttore dell’Accademia d’Arte Drammatica del teatro Bellini di Napoli. Nel 2014 debutta a Santarcangelo con Vocazione. Dal 2010 collabora con continuità con La Corte Ospitale, impresa di produzione teatrale reggiana che ricerca nuovi linguaggi della scena, dove dal 2012 prendono forma e vita le sue creazioni. A settembre 2017 debutta al Festival Internazionale di Terni con lo spettacolo Luciano.

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Web: www.modusverona.it

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