Il talento degli allievi del liceo coreutico M. Buonarroti protagonista al Teatro Camploy

La professionalità dei docenti-coreografi e la bravura degli allievi rende decorosamente omaggio alla compagnia storica, Les Ballets Russes

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di VeronaSera

Lo scorso 5 giugno gli allievi del Liceo Coreutico Michelangelo Buonarroti (il primo avviato in Veneto, nel lontano 2010), indirizzo dell’omonimo Istituto che festeggia quest’anno il quarantacinquesimo anniversario dalla fondazione, sono stati protagonisti sul palcoscenico del Teatro Camploy di Verona, con lo spettacolo di fine anno Les Ballets Russes, quattro variazione sul tema.

Il titolo scelto esprime la volontà dei docenti-coreografi di dedicare un omaggio alla compagnia di Djagilev, e suggerisce che i balletti presi in esame, tra i numerosi eseguiti dalla compagnia russa nel primo ventennio del 900, sono stati quattro. La scena si apre con Sheherazade, balletto di Michel Fokine, coreografato per il liceo da Adrienne Balogh.

L’occhio dello spettatore è rapito dalla magnificenza dei costumi che esaltano l’atmosfera dell’harem dello shah di Persia Shariar (Matteo Bottoni), impreziosito dal cromatismo lussureggiante della moda orientale e dai profumi arabi inalati sul palcoscenico, durante l’esibizione. Il balletto costituisce l'antefatto della vicenda raccontata ne Le Mille e Una Notte, ossia il tradimento di Zobeide (Athena Veronesi), favorita di Shariar, che sfocerà in lui in una tremenda misoginia. Per testare la fedeltà di Zobeide, Shariar finge di allontanarsi per una battuta di caccia, lasciando gli eunuchi a guardia della corte, ma durante la sua assenza, le porte vengono aperte agli schiavi, tra i quali l’avvenente Schiavo d'oro (Eugenio Casella).

Al suo ritorno, Shariar e il fratello interrompono un'orgia in corso che coinvolge tutto l'harem, e sorprendono Zobeide nelle braccia dello Schiavo d'oro. Schiavi e favorite trovano la morte e Zobeide preferisce uccidersi da sé con un pugnale. La coreografa Adrienne Balogh sceglie di conservare la maggior parte delle innovazioni apportate da Michel Fokine, come: la scelta di alcune parti della sinfonia preesistente (e non composta per l’occasione) del compositore Rimsky-Korsakov; la subordinazione della coreografia alla trama e la riduzione al minimo necessario della mimica, che costituiva una parte essenziale dei balletti dell'epoca.

La novità di Adrienne Balogh è ravvisabile nell’affievolimento della carica erotica, della passione carnale tra Zobeide e Lo schiavo d’oro, rendendo il passo a due delicato e vicino al tenero e reale legame tra adolescenti. Gli allievi tutti, e in particolar modo Athena Veronesi e Matteo Bottoni, hanno dimostrato una forza espressiva tale da comunicare immediatamente al pubblico non solo il senso degli accadimenti, ma anche i sentimenti dei personaggi e le loro relazioni. Segue la coreografia di Debora Scandolara, che dà un’avvincente interpretazione in chiave moderna-contemporanea di un altro balletto di Michel Fokine, Le Spectre de la Rose.

Al ritorno dal suo primo ballo, che viene reso con la proiezione di un video realizzato dagli allievi stessi che inscenano una sorta di festa in maschera, una ragazza (Sara Cavada) si addormenta respirando il profumo di una rosa lasciatale in dono. Simbolico il passaggio dalla veglia al sonno, attraverso il silenzio, che è figlio della notte, accompagnato da una sorta di “gestualità dell’abbandono”: si libera della maschera e delle scarpe. La fanciulla cade in un sonno profondo e sogna la sua rosa trasformarsi in uno spettro innamorato, vestito di petali di rose nell’originale di Fokine, mentre nella versione realizzata da Scandolara è un lungo telo bianco animato dai movimenti degli interpreti. Lo spettro trascina la giovane in una performance che ha forti connotati erotici, resi evidenti in scena sia dalla caduta del telo che scopre la molteplicità degli allievi, metafora dell’a-spazialità del fantasma, sia dal denudamento della fanciulla, alla quale viene tolto il vestito rosso. Il rosso, non solo richiama il colore della rosa stessa, ma è anche l’emblema della passione e della sessualità femminile. Lo spettro ricompostosi, svanisce.

L’intera coreografia nasce, come sottolineato a fine spettacolo, da una stretta collaborazione tra la coreografa Debora Scandolara e gli allievi del liceo coreutico, che hanno contribuito a creare una delicata evocazione dei primi turbamenti e delle prime esplorazioni sessuali dell'adolescenza femminile. La seconda parte dello spettacolo prende avvio da L’Après-midi d’un faune di Nizinskij, un’originale interpretazione, in chiave totalmente nuova e contemporanea, del coreografo e insegnante di danza contemporanea Gianluca Possidente. La cura dei dettagli e la perfetta esecuzione hanno permesso agli allievi del liceo coreutico Buonarroti di ergersi a veri professionisti. La trama è abbastanza nota, incentrata sulla figura del fauno disteso al sole su una collinetta e carico di desiderio sessuale, il quale trascorre le sue ore a bere e andare a caccia di ninfe con le quali quietare i suoi istinti passionali. Ma la vicenda viene espletata con maestria da Gianluca Possidente, nei pochi minuti iniziali, mendiate la canzone il Bar della Rabbia del cantautore romano Mannarino.

Al testo corrispondono improvvisi movimenti degli interpreti che scandiscono le parole che maggiormente si avvicinano alle qualità del fauno. Su una bilanciata costruzione di parallelepipedi si adagiano i corpi dei danzatori, immagine-eco non solo dell’ambientazione del mito, ma anche delle parole del brano di sottofondo: “Sono montagna, se Maometto non viene, Meglio! Sto bene da solo, er proverbio era sbagliato!”. I movimenti, come la gamba vibrante metafora del brivido d’amplesso, hanno un forte impatto espressivo e fanno intuire immediatamente la personalità del personaggio mitologico: bevitore, libertino, sicuro di sé e ozioso; caratteristiche comuni di molti uomini e donne di oggi. Le rocce si scompongono e sono elementi scenografici attivi di una coreografia che evoca la circolarità del tempo quotidiano, che scorre per il fauno quasi sempre in modo identico, in ogni suo istante.

La ferinità dei comportamenti è espressa dalle pellicce bianche e nere che alcuni degli interpreti indossano. Ognuno di loro è ninfa e fauno, è preda e predatore, è pecora e lupo. Attraverso il release e il floor work, tecniche della danza contemporanea, prendono forma movimenti continui e ripetuti, alcuni dei quali si mantengono fedeli alla versione originale, soprattutto quelli che rievocano l’organo fallico, e che all’epoca furono oggetto di discussione per la critica e il pubblico. La musica celebra una Grecia moderna, pregna di elementi culturali arabi, per motivi storici e politici noti. Interessanti i duetti e gli assoli realizzati in scena e la loro dinamica nello spazio.

Il finale riprende gradualmente il concetto di ciclicità, che culmina in un ritorno alla medesima immagine di apertura della scena. Lo spettacolo di fine anno si conclude con il balletto Le train bleu di Bronislava Nizinskaja, coreografato per il liceo dalla docente Anna Mazzocchi, che rimane costantemente fedele all’originale. In un clima gioviale e triviale vengono messi in scena i giochi, come il tennis e il golf, e gli stati d’animo e gli atteggiamenti tipici del ceto borghese parigino, che raggiunge in treno le località balneari della Costa Azzurra. Lo spettatore è attratto dalla talentuosa mimica degli allievi che aderiscono empaticamente alle personalità maschili in contrasto tra loro e ravvivano il burlesco e la gioia che si insinua in una vacanza estiva. Una conclusione che smorza i toni drammatici delle coreografie iniziali e strappa un sorriso al pubblico divertito. La bravura degli allievi e la professionalità dei docenti-coreografi hanno reso un decoroso omaggio a Les Ballets Russes, la compagnia più influente del XX secolo.

[Photo Credit: Fede Daimonti]

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