Il Teatro del Montorio presenta lo spettacolo "Speratura" il 27 e 28 giugno

Il palcoscenico è davvero singolare: la cappella del Carcere di Verona, spazio adattato a ospitare le prime due repliche di Speratura, un nuovo testo di Alessandro Anderloni portato in scena dal Teatro del Montorio, compagnia teatrale del carcere. Lo spettacolo è frutto del laboratorio condotto da Alessandro Anderloni e Isabella Dilavello nell’ambito del progetto Teatro in Carcere voluto dalla direzione della casa di reclusione di Verona nel 2015 ed organizzato da Le Falìe con il sostegno della Fondazione San Zeno.

Ad un centinaio di spettatori (le prenotazioni sono già chiuse) lunedì 27 e martedì 28 giugno sarà consentito varcare i cancelli del carcere per assistere allo spettacolo. Ne saranno protagonisti i dieci attori e attrici che, dalle diverse sezioni del carcere, hanno condiviso un percorso di teatro iniziato nel novembre scorso, con incontri settimanali. Iniziativa fortemente sostenuta dalla direttrice del carcere Maria Grazia Bregoli che ha acconsentito a far lavorare insieme detenuti e detenute ed ha aperto le porte dell’istituto ad un pubblico esterno.

Anderloni non è nuovo a progetti di teatro con attori non professionisti, spesso in ambiti di disagio sociale come per il progetto con gli ex-bambini soldato della Repubblica Democratica del Congo. «Il carcere è un concentrato di mondo», racconta, «per provenienze, lingue e culture. Così, com’è consuetudine nei miei laboratori, ho condiviso innanzitutto l’esperienza comune del gioco. Non scrivo mai un testo senza condividerne la creazione con chi lo interpreterà. Così il vissuto dei partecipanti al corso a poco a poco è emerso prepotentemente, scompaginando aspettative e regole. E forse è proprio il desiderio di sfuggire alle regole che ci ha fatto ribaltare l’idea che credevamo essere quella buona. Avevamo iniziato a improvvisare su un mondo di morti, e siamo finiti a raccontare la condizione di non nati; pensavamo di ragionare sull’ineluttabilità della condanna, e ci siamo ritrovati a interrogarci sul rischio della scelta. Tutto è partito dalla lettura del Mito della caverna di Platone, ma nessuno pensava che avremmo inconsapevolmente parafrasato un altro mito platonico, quello di Er».

L’attesa forzata, il calcolo ossessivo, l’azzardo del giudizio. La narrazione prende spunto da queste esperienze consuete all’interno di un carcere. La scena si svolge in una sala d’attesa dove si muovono personaggi che hanno già vissuto, pur non essendo ancora venuti al mondo: un re, un servo, un pugile, una moglie fantasma, due soldati nemici, una bambina, un filosofo, Pulcinella. E il titolo? «Se in zoologia», continua Anderloni, «speratura è l’atto di guardare se c’è vita, in carcere è l’atto di sperare. E forse è la stessa cosa».

Con Alessandro Anderloni ha condotto il laboratorio e curato la regia dello spettacolo Isabella Dilavello. In scena ci sono le creazioni in feltro di Esther Weber, realizzate con la scultrice Marta Pagan Griso. I costumi sono di Giovanna Ferrarese, le fotografie di scena di Flavio Pèttene.

Info: lefalie.it

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