Striscione di solidarietà per Carola Rackete a Verona: «Disobbedienza alle leggi ingiuste»

Dopo la manifestazione di solidarietà, questa mattina è apparsa la scritta «#freeCarola»

Carola Rackete - ph Ansa

«Disobbedienza alle leggi ingiuste #freeCarola». È questa la scritta che campeggia su uno striscione affisso nella mattinata di oggi, sabato 29 giugno, sul portone di un palazzo del centro di Verona quale segnale di esplicita solidarietà nei confronti di Carola Rackete.

La comandante della nave Sea Watch è stata arrestata dalla Guardia di Finanza dopo aver infranto il divieto di ingresso nel porto di Lampedusa. Un gesto il suo che è stato da un lato ritenuto addirittura un «atto di guerra» dal ministro dell'Interno italiano Matteo Salvini, mentre vi è stato anche chi ha sottolineato lo «stato di necessità» nel quale la 31enne tedesca si è trovata a dover agire per, anzitutto, adempiere ai compiti che competono al capitano di una nave, vale a dire salvaguardare chi vi è a bordo ed è così posto sotto la sua responsabilità, in questo caso i 42 soccorsi in mare aperto (2 già sbarcati per ragioni sanitarie) e, naturalmente, l'intero equipaggio. 

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Lo striscione affisso a Verona che esprime solidarietà a Carola Rackete

Già nella serata di ieri a Verona circa un centinaio di persone aveva dato vita ad un pacifico sit-in di solidarietà nei confronti degli occupanti della nave, in quella fase ancora ferma al largo di Lampedusa, dopo ben 17 giorni trascorsi dal momento del salvataggio. La manifestazione a Verona era andata in scena su Ponte Pietra e le stesse associazioni che ieri sera avevano così espresso la loro vicinanza alla comandante della Sea Watch e a tutte le persone a bordo, hanno quest'oggi rivendicato l'affissione dello striscione recante la scritta «Disobbedienza alle leggi ingiuste #freeCarola». 

Il tema della «disobbedienza alle leggi ingiuste» meriterebbe una riflessione molto ampia, andrebbero puntualmente rievocati alcuni passaggi de "La banalità del male" e, forse, comunque servirebbe ben poco a dissuadere chi oggi ritiene l'infrazione delle regole compiuta da parte di Carola Rackete un gesto «criminale», «provocatorio», o appunto addirittura «un atto di guerra». L'unica domanda che ci sentiamo di porre è allora semplicemente questa: cosa sarebbe successo negli ultimi 17 giorni, e cosa penserebbero i moltissimi che oggi accusano la Sea Watch di essere una «nave pirata» in guerra con l'Italia, se ad essere stati salvati in mare aperto fossero stati non 42 migranti dalla pelle nera partiti dalle coste libiche, bensì 42 gattini? Sì, 42 gattini ipoteticamente trovati al largo nel Mediterraneo su una zattera e soccorsi da una nave che li abbia accolti a bordo, salvo poi non poterli ricondurre a terra, lasciandoli ad aspettare non si sa bene cosa, sotto il sole cocente nel mese di giugno, ormeggiati a qualche centinaio di metri dalle coste di Lampedusa.

Prendete 42 gattini, o piuttosto dei cagnolini, o dei cavalli se vi piacciono i cavalli, insomma prendete una qualche specie animale qualunque e immaginatevela ormeggiata in mezzo al mare per 17 lunghi giorni, in attesa dell'agognato via libera per lo sbarco che, tuttavia, continua a non arrivare. Ecco, noi non sappiamo che risposta darci alla domanda di cui sopra, quel che sappiamo è che probabilmente nessuno si sarebbe permesso in tal caso di pronunciare le frasi che alcuni a Lampedusa hanno rivolto oggi alla comandante Carola Rackete nel momento del suo arresto: «Spero che ti violentano stì negri, a quattro a quattro te lo vanno a infilare, ti piace u' cazzu nigro, zingara, cornuta, criminale, venduta».

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