Rimozione forzata delle bici in quartiere Navigatori: i proprietari fanno ricorso

È Fiab Verona ad annunciare i provvedimenti dopo l'operazione della municipale del 1° febbraio, affermando che si tratta di residenti della zona che non hanno a disposizione uno spazio privato, mentre mancano le rastrelliere sul suolo pubblico

Immagine d'archivio

Quattro ciclisti, coinvolti nell’operazione di rimozione forzata di 12 biciclette dello scorso 1 febbraio a cura della polizia municipale, assistiti dallo studio legale dell’avvocato Renzo Segala e appoggiati “politicamente” e spiritualmente da Fiab Verona, hanno deciso di ricorrere alla Prefettura per l’annullamento del verbale.

È la stessa associazione degli Amici della Bicicletta a rendere nota l'azione intrapresa. 

Tutti i ricorrenti sono persone che vivono oppure lavorano nel condominio di Via Usodimare 3, scena del “delitto”, che quella mattina avevano parcheggiato la propria bicicletta nel posto più ovvio e scontato possibile: incatenata ad un palo situato nelle immediate vicinanze dello stabile, praticamente l’unico luogo adatto nel contesto di un quartiere che, lo ricordiamo, dispone di una sola rastrelliera posta nei pressi della Posta e di una scuola e che per tale ragione risulta perennemente piena.

Fiab Verona ha analizzato la vicenda in una conferenza stampa che si è tenuta mercoledì, dove Corrado Marastoni l'ha ripercorsa punto per punto. 

La ricostruzione dei fatti costituisce materiale per la gloriosa tradizione dei scrittori dell’assurdo che va da Kafka al nostro Pirandello: a propiziare l’intervento dei vigili è stato infatti l’esposto dello stesso amministratore del condominio di via Usodimare 3, il quale nega ai ciclisti la possibilità di usare gli spazi condominiali comuni per parcheggiare la bici e allo stesso tempo fa in modo che non possano parcheggiare nemmeno all’esterno. Dunque: dentro lo stabile non si può, fuori neanche; parcheggiare la bici sul marciapiede, nell'interpretazione dei Vigili Urbani del codice della strada, è vietato; le rastrelliere nel quartiere (per ammissione dello stesso amministratore condominiale!) sono insufficienti e comunque sempre piene; sulla strada ci sono solo stalli di sosta per auto: qualcuno è in grado di dire a questi cittadini dove è possibile parcheggiare legalmente una bicicletta? Portando il ragionamento alle estreme conseguenze si potrebbe concludere che, non disponendo di spazi per il parcheggio, questi cittadini non dovrebbero nemmeno raggiungere casa propria in bicicletta!

Come evidenzia il testo dei ricorsi presentati, la confusione sotto il cielo è grande: è lo stesso sito della Polizia Municipale di Verona, nei “Consigli contro il furto” di bici, a suggerire ai ciclisti di trovarsi un palo al quale assicurare il mezzo con una catena. Si sa, però, che i pali si trovano quasi sempre sui marciapiedi. Come comportarsi quindi? A guardar bene il regolamento di polizia municipale non cita mai il marciapiede come luogo proibito, e anche il Comune si guarda bene dal farlo nelle informazioni fornite agli utenti del bike sharing. Il sito www.polizialocale.com, ammette esplicitamente la possibilità di parcheggiare sui marciapiedi e nelle aree pedonali qualora manchino “apposite attrezzature di parcheggio” e purché la bici “non rechi intralcio ai pedoni ed in particolari ai disabili”.

Se è questa la soluzione devono dircelo chiaramente. E’ assurdo che a fare le spese del pasticcio normativo (multa da 85 euro, in molti casi più del valore della bici, catena tranciata quindi da sostituire, disagi per recuperare il mezzo) siano cittadini che, grazie all’abitudine di andare in bicicletta, contribuiscono nel loro piccolo a non inquinare e preservare la salute pubblica.

Fiab Verona appoggia questi ricorsi e ritiene non rinviabile un provvedimento sul modello del regolamento edilizio del Comune di Milano che obblighi gli amministratori di condominio a mettere a disposizione gli spazi comuni per il parcheggio delle biciclette.

E’ inoltre indispensabile un piano della sosta per le biciclette: il nostro codice equipara ciò che chiama “velocipedi” alle automobili, ed è pertanto gravissimo, indegno di un paese civile, che l’amministrazione comunale non metta a disposizione spazi adeguati per farle circolare e sostare.

Terza richiesta, il buon senso: come emerge dai ricorsi, molti dei proprietari delle bici rimosse hanno assistito alla scena dai propri balconi comunicando agli agenti la disponibilità a scendere e a spostare la bici. Risultato: catena tranciata, multa, bici portate in deposito.

I ricorsi sottolineano una certa approssimazione anche nella redazione dei verbali, che non riporterebbero con chiarezza la norma che sarebbe stata violata e dai quali si evince che tutte le bici sarebbero state trovate legate allo stesso palo, circostanza fisicamente impossibile.

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