Polpastrelli bruciati e dissanguamento: il cruento e "laborioso" omicidio di Khadija

Chi ha ucciso la donna marocchina ritrovata fatta a pezzi in un campo a Valeggio sul Mincio la sera dello scorso 30 dicembre, aveva anche cercato di renderne irriconoscibile il cadavere

I Ris all'opera nella casa dove si è consumato l'omicidio

Dopo le analisi condotte dai carabinieri del Ris di Parma all'interno dell'appartamento in zona stadio a Verona, emergono nuovi tremendi dettagli circa l'efferato delitto di Khadija Bencheikh, la donna trovata fatta a pezzi in un campo a Valeggio sul Mincio lo scorso 30 dicembre. Attualmente in carcere si trova il compagno reo confesso della donna, Ajim Aidinaj, 54enne albanese sul quale pendono le accuse di omicidio volontario, distruzione e occultamento di cadavere.

L'uomo è affetto dal morbo di Parkinson e proprio per questo gli investigatori sono convinti che non possa aver svolto tutte le operazioni in solitudine. Ad aiutarlo ci potrebbe forse essere stato, all'interno dell'abitazione, il fratello Vezir, residente a Milano e arrestato lo scorso febbraio dai carabinieri, il quale è sospettato di aver fatto a pezzi il corpo della donna e cooperato al trasporto del cadavere fino al campo in località Gardoni. Quest'ultimo ha però negato di aver partecipato all'omicidio, supportato dalla confessione di Agim che si è accollato ogni responsabilità.

Restano però tanti aspetti ancora da chiarire in una vicenda molto oscura, ove l'unica certezza assodata sembra essere costituita dall'estrema crudeltà e violenza perpetrate ai danni della povera Khadija. Secondo quanto riferito quest'oggi sulle pagine del quotidiano L'Arena da Alessandra Vaccari, infatti, alla donna vittima dell'omicidio sarebbero persino stati bruciati i polpastrelli. Un tentativo questo per rendere non identificabile il cadavere, cercando di impedire il confronto con le impronte digitali della banca dati della questura.

Un altro dettaglio inquietante della vicenda è stato svelato dall'esame autoptico compiuto sul cadavere: la donna marocchina sarebbe morta per dissanguamento, essendo che nei suoi tessuti non è poi stata trovata praticamente traccia di sangue. L'ipotesi, in sostanza, è che Khadija sia stata colpita dapprima al capo, poi mezza tramortita sia stata portata nella vasca da bagno dove le sarebbero stati amputati gli arti per poi essere lasciata morire.

A completare il quadro di un omicidio tanto cruento quanto "laborioso", vi sarebbe inoltre il fatto che lo stesso sangue della vittima non sarebbe finito negli scarichi del bagno, bensì sarebbe stato raccolto e trasportato in alcuni bottiglioni all'esterno dell'appartamento. Quegli stessi bottiglioni che, insieme ai sacchi di plastica trasportati da Agim e presumibilmente contenenti i pezzi del corpo di Khadija, sono stati successivamente riconosciuti dagli inquirenti nelle immagini registrate da una telecamera di videosorveglianza presente nel condominio.  

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