Omicidio di Khadija. Agim ha confessato ma restano dei dubbi da chiarire

Il 51enne ha ammesso le proprie colpe alleggerendo anche la posizione del nipote, che resta indagato. Le indagini dei carabinieri quindi proseguono per fare luce su tutti i punti ancora oscuri della vicenda

Ha confessato al Gip di aver fatto tutto da solo Agim Hadinaj, il principale indiziato dell'omicidio di Khadija Bencheickh, la 46enne di origini marocchine il cui corpo è stato trovato fatto a pezzi in un campo di località Gardoni, a Valeggio sul Mincio. Il 51enne albanese in questo modo ha alleggerito la posizione del nipote 27enne, Lisand Ruzhdija, che a differenza dello zio non è stato rinchiuso in carcere in via cautelare, ma rimane comunque indagato e sotto la lente d'ingrandimento dei carabinieri. 
L'attività degli investigatori ha permesso così di risalire ad Agim, mentre la posizione di Lisand verrà attentamente valutata nei prossimi giorni. 

IL FATTO - La sera del 30 dicembre 2017, il corpo di Khadija, fatto a pezzi, è stato scoperto in un'area agricola nel comune di Valeggio sul Mincio. Priva del telefono cellulare e documenti, la donna è stata identificata solamente il giorno successivo, dopodiché è partito frenetico il lavoro dei militari per acquisire tutti gli elementi utili che ruotavano attorno alla sua persona ed avere così un quadro iniziale. 
Il 31 dicembre gli uomini dell'Arma hanno convocato i due albanesi per acquisire nuove informazioni sulla donna e dare loro la notizia. Afflitto da una grave malattia, quella sera Agim, con uno sguardo che sembrava smarrito, ha dato l'impressione ai carabinieri di faticare a comprendere e a comunicare e all'annuncio che la donna trovata morta il giorno prima era proprio Khadija, si è lasciato andare ad un pianto disperato insieme al nipote. Presi dall'emotività del momento, i due hanno evocato alcuni racconti struggenti, con il 27enne che ricordava di un viaggio fatto in compagnia della vittima tempo prima in Albania. Un particolare però non è sfuggito agli investigatori, stando a quanto riferito dai due, Khadija sarebbe uscita il 29 dicembre per lavorare, ma nonostante mancasse da casa da ben due giorni nessuno aveva segnalato la sua scomparsa. Zio e nipote allora si sono difesi affermando che spesso la 46enne, magari dopo un brutto litigio, non si faceva vedere per qualche giorno, descrivendola anche come una persona insofferente verso il compagno e la sua malattia. 
Descrizione che però cozzava con quanto raccolto dai militari fino a quel momento. Uscita da un matrimonio con qualche fraintendimento, la donna aveva comunque mantenuto un buon rapporto con l'ex marito, come sarebbe stato di sua indole secondo quanto appurato. Dopo aver concluso un periodo di lavoro come badante, le era rimasta una mansione presso una ditta di pulizie, i cui datori hanno speso parole di elogio per lei, affermando che si trattava di una grande e professionale lavoratrice, che aveva chiesto di poter lavorare anche il 30 e 31 dicembre per poter arrotondare e sopperire meglio all'entrata venuta a mancare. Una brava persona dunque, come hanno affermato diversi suoi conscenti, a dispetto delle considerazioni fornite dai due. 

LE INDAGINI - Insospettiti dalla situazione, i militari il 1° gennaio sono riusciti a verificare la presenza dell'auto del 27enne a 700 metri dal luogo di ritrovamento del cadavere il 29 dicembre, sfruttando anche alcune immagini di videosorveglianza: si trattava di una Opel Corsa intestata ad un parente di Lisand, il quale però è risultato esserne l'utilizzatore, visto che ne deteneva anche tutti i mazzi di chiavi. I carabinieri hanno deciso quindi di eseguire un sopralluogo nella casa della donna, scoprendo che in quell'appartamento ci viveva il 27enne insieme alla compagna, mentre Khadija risiedeva con Agim, risultato essere in pensione dopo aver lavorato come ingegnere petrolifero. Arrivati quindi alla seconda palazzina, i militari hanno notato la presenza delle telecamere nell'androne e ne hanno quindi acquisito i filmati, insieme alle altre della zona. 
E proprio questi fotogrammi hanno permesso alle indagini di prendere una piega decisiva. Grazie ad un software in loro dotazione, i carabinieri hannio scoperto che la 46enne ha fatto rientro nella palazzina nel pomeriggio del 29 dicembre, per poi non uscirvi più. Agim invece, a dispetto delle condizioni in cui si era mostrato nel colloquio del 31 dicembre, è stato ripreso mentre trasportava fuori dalla palazzina alcune particolari borse della spesa ed un borsone sportivo, in tre o quattro viaggi, intorno alle 23: stando agli investigatori, si tratta delle stesse borse trovate in località Gardoni dove è stato scoperto il cadavere, probabilmente abbandonate per paura che in quel frangente potesse sopraggiungere qualcuno. 

PUNTI DA CHIARIRE - Nonostante sia stato indicato Agim Hadinaj come principale autore del delitto, sono diverse le ombre ancora da chiarire su questo caso, a partire dalla posizione del nipote. Il 27enne non compare infatti nelle immagini delle telecamere del palazzo, che inquadrano solamente l'ascensore, l'androne e la porta d'entrata, ma l'auto utilizzata per il trasporto risulta essere quella utilizzata da lui e quando i carabinieri hanno chiesto di poter controllare il suo cellulare, ha affermato di averlo resettato pochi giorni prima. 
In attesa che l'autopsia fornisca ulteriori dettagli su cosa abbia colpito Khadija alla testa, le indagini stanno vagliando inoltre anche la posizione di altre persone che potrebbero aver aiutato Agim nell'omicidio: il 51enne infatti soffre della malattia di Parkinson e potrebbe essere stato aiutato nel fare a pezzi il corpo della donna, probabilmente utilizzando un grosso coltello da cucina e non una motosega come riferito in un primo momento. 
Nessuno dei condomini invece si sarebbe accorto di qualcosa di strano avvenuto quel giorno e le indagini allora vanno avanti per cercare di mettere insieme tutti i pezzi del puzzle. 

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