Nel contado della 'Ndrangheta: l'omertà all'ombra dello chalet del boss

Il reportage di Marco Milioni, dopo mezza giornata trascorsa tra Lonigo e Zimella. "Nel Veneto profondo la vox populi ha il mal di gola, se si parla di mafia"

“La presenza di quelle persone dalle nostre parti era cosa nota ma di certe cose è preferibile non parlare”.

Suona più o meno così il refrain di mezza giornata passata tra Lonigo nel Vicentino e Zimella nel Veronese. Sono i due comuni a scavalco tra la provincia berica e quella scaligera dove la settimana scorsa è andato in scena un blitz delle forze dell’ordine che ha disarticolato un gruppo di ‘ndranghetisti originari del Crotonese.

Terry è il nome dell’operazione che ha visto protagonisti, tra gli altri, i carabinieri del Ros coordinati dalla procura antimafia del Veneto.

È una giornata fredda ma non troppo, grigia ma non troppo, quella in cui mercoledì si è svegliata Lonigo. In centro la gente passeggia tra negozi ed uffici. L’eco dei titoli dei giornali si è già smorzata. Una signora di mezz’età ai taccuini di Vicenzatoday.it si lascia andare ad uno sfogo: «La gente sembra infischiarsene di quello che è successo qui pochi giorni fa e di quello che è successo poche ore fa in provincia di Venezia» dove sempre la Direzione distrettuale antimafia del Veneto, la Dda di Venezia, stavolta con l’ausilio della Guardia di finanza friulana e della polizia, ha inferto un duro colpo ad una cosca della Camorra che vantava solidissimi agganci con la politica, con il mondo delle forze dell’ordine e con quello delle professioni.

«Ma per carità non scriva il mio nome perché poi chi lo sente mio marito». Poco appresso è il turno di Maria Rossato che affaccendata tra una commissione ed un’altra spiega che ha letto i giornali. Dice di provare un dispiacere enorme per le sorti di un imprenditore che «sarebbe stato vessato dal clan Multari» ma poi aggiunge che certe accuse «andranno comunque provate in tribunale». Passa una decina di minuti. C’è vita nei bar e nelle strade adagiati a ridosso di via del Mercato. «Le posso fare una confidenza?» chiede un anziano che, ancora una volta, come fanno tutti o quasi, preferisce non fare il suo nome: «Non era un caso che un paio di quei soggetti bazzicassero proprio qui». Poi un altro commento, ancora più bisbigliato di prima: «Guardi che è un pezzetto che a Lonigo qualcuno nelle piccole botteghe chiede il pizzo. Chi è? E chi lo sa».

Due ragazzi sulla ventina origliano l’abbozzo di intervista ma alla richiesta di un commento sulla vicenda si trincerano dietro un risolino d’imbarazzo e girano i tacchi. Uno si lascia sfuggire una battuta mezza in Italiano e mezza in dialetto: «Sio voi altri che avete scritto l’articolo Vino armi e fame un piasere”?».

Difficile provare focalizzare su un tessuto sociale che è sempre più permeabile non alle infiltrazioni ma ad una presenza malavitosa ormai stabilizzata. Difficile provare a ragionare rispetto a qualche possibile nesso con altre realtà locali. Però in paese le voci si rincorrono: anche nel sottobosco della politica.

Se il clan Multari era un punto di riferimento per la malavita di origine calabrese allora chi erano i soggetti che ai Multari facevano riferimento?

È possibile stabilire connessioni di qualche tipo con altri episodi di cronaca nera o giudiziaria che hanno lambito l’est Veronese e l’ovest Vicentino?

Che significato hanno per esempio i tanti casi di incendio che hanno colpito parecchie imprese del ramo rifiuti?

Che valore hanno gli accertamenti che in passato la prefettura di Verona ha avviato sul tessuto imprenditoriale di San Bonifacio?

Poiché la presenza dei Multari è ormai assodata da lustri, che cosa si può dire della presenza della malavita organizzata per esempio nella valle dell’Agno fino a giungere alla interdittiva antimafia che nel 2017 colpì una pizzeria di Trissino?

A Zimella poi, «il regno» dei Multari, è ancora più difficile provare a porsi quesiti del genere: stessa difficoltà se si prova ad imbastire un qualsiasi ragionamento. “Li conosciamo. Sono qui da anni. Sono accuse gravi. Vedremo che cosa dirà la giustizia”.

Questo è il ritornello che quei pochi passanti che hanno deciso di fermarsi un secondo davanti ai nostri taccuini hanno ripetuto in modo quasi robotico: per chi sa leggere in filigrana è il segno di una presenza tanto acclarata quanto temuta. Intanto la villetta (in foto) in stile chalet valpadano, una delle icone dell’inchiesta rimane lì, muta quasi che l’edificio che presidia l’ingresso nella frazione di Bonaldo, edificio che è stato al centro delle indagini dei magistrati, continui nella sua funzione di scrigno muto di chissà quali segreti, di chissà quali legami. Di ritorno sulla strada verso Lonigo, proprio al confine con la provincia di Vicenza un passante a mezza bocca si fa una domanda: «Ma come mai la giunta di Zimella non ha preso una posizione degna di questo nome dopo un fatto così eclatante?».

Sono parole precise le quali non fanno che confermare l’allarme del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho che da ieri, detto in parole povere, continua a ripetere una cosa. Negli ultimi vent’anni le istituzioni venete, tutte le istituzioni, hanno sottovalutato il fenomeno mafioso. Rimane da capire se i veneti vogliano davvero sapere se si sia trattato di un errore. O di un errore volontario.

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