Un guadagno di 3 milioni di euro dalla vendita di falsi prodotti "bio"

In una conferenza stampa sono stati forniti i dettagli delle indagini che hanno portato all'arresto di 4 persone nella Bassa veronese: i prodotti "proibiti", secondo l'accusa, venivano acquistati in "nero" e annotati su dei "pizzini"

Ci sono due anni di indagini dietro ai 4 arresti avvenuti nel Veronese per la comercializzazione di falsi prodotti biologici. I dettagli dell'operazione "Top Bio" sono stati spiegati in una conferenza stampa tenutasi venerdì mattina presso la caserma dei carabinieri di via Salvo D'Acquisto, a Verona, alla quale hanno partecipato il Maggiore Livio Propato, del del nucleo tutela agroalimentare di Parma, e Biagio Morana, dell'Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari. 

Al centro dell'indagine c'è un'azienda di Roverchiara, la Top Agri, il cui titolare e tre fidati dipendenti si trovano ora ai domiciliari, mentre per un individuo di un'altra azienda è scattato l'obbligo di dimora e per il presidente e il vicepresidente di una ditta di fitofarmaci è stata disposta l'interdizione dagli uffici direttivi. Secondo quanto riferito dagli investigatori, al termine dell'attività durata circa 2 anni, la ditta veronese avrebbe commercializzato prodotti coltivati in maniera convenzionale, con fitofarmaci e concimi non previsti nell'agricoltura biologica, e poi spacciati come "bio". 
In particolare le attenzioni degli investigatori si sono concentrate su questa azienda e su un'altra, sempre di Rovechiara, che risultano proprietarie di numerosi terreni in Italia e all'estero. I loro prodotti cerealicoli però sarebbero stati "bio" solamente in apparenza, in quanto avrebbero usato dei prodotti (fitofamarmaci, concimi, erbicidi) non conformi alla regolamentazione per aumentare la produttività, aggirando lo scoglio delle analisi con la cosidetta "miscelazione", ovvero la mescolatura di granaglie che presentavano residui di fitofarmaci con altre partite a "residuo zero" con lo scopo di abbassare la quantità di sostanze non ammesse al di sotto del limite previsto. Secondo gli inquirenti, l'azienda aveva pianificato la semina nei terreni distinguendo le zone coltivate normalmente con quelle a "residuo zero", utili appunto per la miscelazione.
Una programmazione che avrebbe coinvolto anche le aziende produttrici di fitofarmaci e concimi: gli acquisti infatti sarebbero stati fatti sempre in "nero", proprio per nascondere questo modus operandi. A sostegno di questa teoria, i militari hanno eseguito alcune intercettazioni telefoniche che avrebbero fatto luce sulla pianificazione, mentre dalle perquisizioni sarebbero emersi anche dei "pizzini" dove venivano annotati i prodotti, oltre a materiale informatico e alcuni contenitori. Sarebbero state distrutte inoltre anche le bolle di trasporto di tali prodotti, per celare il più possibile la frode, mentre dall'estero alcune segnalazioni avrebbero indicato la presenza di sostanze "proibite" nella merce. 

Una pianificazione, quella ipotizzata dagli investigatori, che avrebbe fatto guadagnare all'azienda un surplus di 3 milioni di euro, mentre non ci sarebbero conseguenze per la salute dei consumatori. Il tutto sarebbe sempre sembrato in regola, viste le certificazioni in possesso delle aziende coinvolte, e durante la conferenza Biagio Morana ha fatto riferimento proprio a questo, sottolineando l'importanza dell'operazione proprio per la complessità della frode ipotizzata

Alla luce dei risultati delle indagini dunque, il pm Valeria Ardito ha contestato il reato di associazione per delinquere allo scopo di commettere più delitti di commercializzazione, giustificando così le ordinanze di misure cautelari eseguite con la collaborazione dei carabinieri della compagnia di Legnago. 

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