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Assunzione dei medici non specializzati in Veneto, Zaia difende la scelta

Il presidente del Veneto non mette in discussione la formazione universitaria, ma vuole mettere un cerotto ad una situazione emergenziale

 

Nessuna messa in discussione della formazione universitaria e nessuna volontà di nascondersi dietro un dito, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia sa che le delibere con cui saranno assunti 500 medici non specializzati per gli ospedali veneti sono una soluzione tampone. «Un cerotto», ha dichiarato oggi, 20 agosto, incalzato dai giornalisti e dalle forti critiche piovute dagli ordini dei medici e dalle università di Verona e Padova.
Il discorso fatto da Zaia è chiaro: c'è carenza di medici specializzati (in tutta Italia, non solo in Veneto) e, in attesa di poterli assumere, la dotazione organica negli ospedali regionali sarà coperta da medici comunque abilitati ma non specializzati. «Questi medici non andranno a fare gli specialisti, andranno nei pronto soccorso, nelle medicine generali e nelle geriatrie», ha puntualizzato il presidente della Regione.

Ma la polemica, anche politica, intorno a questo argomento non si placa e la consigliera regionale veronese del Partito Democratico Orietta Salemi attacca Zaia: «Per una crisi sistemica, come quella che la sanità sta attraversando, c'è prima di tutto bisogno di confrontarsi con chi gestisce la formazione, come le scuole di medicina dei nostri due atenei, e con chi ogni giorno si misura coi problemi nei servizi, nei reparti, in corsia. In ospedale e sul territorio. La strada per una soluzione vera si poteva trovare, e da subito, se si fosse attivato all'indomani del bilancio di dicembre scorso un percorso condiviso tra Regione e soggetti preposti alla formazione medico-sanitaria. Già in finanziaria c'era infatti un provvedimento che prevedeva interventi straordinari per supplire alla carenza dei medici negli ospedali e nelle aree decentrate scoperte dalla medicina di base. Da dicembre a oggi bastava sedersi a un tavolo e costruire le soluzioni più eque e indolore, legittimate da procedure che tengono conto del valore della formazione specialistica post laurea. Le soluzioni potevano essere molteplici, con percorsi anche di impegno misto tra formazione teorica e attività lavorativa, ma rigorosamente concordati e sotto la attenta vigilanza della scuole di specialità. Occorreva gradualità anche in questo caso e non la consueta smargiassata che butta la pietra nello stagno senza risolvere il problema, anzi creandone a ruota molti altri. A cominciare dall'inasprimento dei rapporti con il mondo della sanità pronto a presentare ricorsi».

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