Indagine sui Pfas, in Veneto se ne utilizzano più di 100 tonnellate l'anno

La ricerca è di Global Market Insight ed è stata la Miteni a diffonderla. E Greenpeace commenta: "Siano individuati e censiti tutti gli scarichi inquinanti"

Circa duecento tonnellate l'anno di perfluorurati per la concia con un trend in crescita. È uno dei dati contenuti da una ricerca di Global Market Insight sul mercato italiano dei Pfas, le sostanze che hanno contaminato le acque bevute dai cittadini di alcuni comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova. Più della metà dei Pfas in Italia viene utilizzata in Veneto: 109,31 tonnellate solo lo scorso anno.

L'indagine dell'istituto americano di ricerca si è basata su molteplici fonti tra cui le dichiarazioni raccolte tra gli stessi produttori e distributori. Sono dieci i produttori di derivati perfluoroalchilici e sette i distributori coinvolti nella ricerca. Le sostanze censite sono state identificate per la loro tipologia di utilizzo: concia, produzione di scarpe, vestiti, guanti e altri accessori. I prodotti commerciali perfluorurati considerati sono 28 e alcuni contengono soluzioni più o meno pure, altri contengono percentuali di Pfoa, altri ancora, e sono una parte consistente, contengono polimeri perfluorurati. Quest'ultima categoria è un elemento importante per comprendere le conseguenze pratiche rivelate da questa indagine perché spiega per quale motivo le concentrazioni di Pfoa nell'ambiente siano così elevate rispetto alle concentrazioni rilevate negli scarichi industriali. Questi polimeri ancora oggi non vengono infatti rilevati negli scarichi ma degradano in Pfoa nell'ambiente in una misura variabile intorno al 30%, in un tempo che varia da poche settimane ad alcuni anni a seconda della forma in cui sono immessi. Di fatto quindi il Pfoa non risulta alle analisi sugli scarichi ma diventa libero in ambiente a seguito della degradazione successiva dei polimeri, secondo quanto indicato dall'agenzia di regolamentazione dell'Unione Europea Echa.

L'inquinamento di Pfas in Veneto ha le massime concentrazioni lungo i punti di uscita storici del consorzio di depurazione Arica che raccoglie le acque delle industrie del territorio. Di fatto dal tubo escono non solo Pfoa ma anche quantità imponenti di polimeri usati delle industrie che diventano Pfoa e altri Pfas una volta nell'ambiente.

L'indagine è stata rilanciata dal Miteni, azienda di Trissino ritenuta la principale responsabile della contaminazione di Pfas. E l'amministratore delegato Antonio Nardone ha commentato: "I dati sono a nostro avviso molto chiari e non vogliono puntare il dito contro nessuno ma dare una indicazione oggettiva della situazione attuale e del passato. Dati che sono perfettamente allineati con le disposizioni che lo scorso anno ha dato la sentenza del tribunale superiore delle acque pubbliche che aveva indicato gli utilizzatori dei Pfas come punto fondamentale per affrontare il problema. Non si può ora non considerare che in Veneto vengono usati Pfas in volumi decine o centinaia di volte più grandi di quanti non ne abbia mai scaricati Miteni. Non si può adesso ignorare che le zone contaminate sono coerenti con gli scarichi di alcuni tipi di produzione e che non hanno nulla a che fare con la falda dello stabilimento. Questa ricerca rivela il tassello che mancava nella comprensione del fenomeno".

E anche Greenpeace Italia ha preso visione della ricerca svolta da Global Market Insight.

Insieme a comitati ed altre associazioni ambientaliste riteniamo che, per proteggere adeguatamente l'ambiente e la salute di un territorio e di una popolazione già gravemente colpita, debba essere evitata l'emissione di ogni singolo nanogrammo di qualsiasi tipo di Pfas - riferisce Giuseppe Ungherese di Greenpeace - Proprio per questo, da tempo chiediamo alla Regione Veneto che, oltre al rapido avvio delle opportune bonifiche nel sito produttivo di Miteni, vengano individuati e censiti tutti gli scarichi inquinanti. Inoltre occorre favorire una rapida riconversione industriale di tutti quei processi responsabili dell'inquinamento da Pfas. Alternative più sicure a queste sostanze esistono e sono già disponibili sul mercato, e i rappresentanti di altri settori industriali dovrebbero esserne a conoscenza.

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