Dall'università di Verona buone notizie per i malati di anemia falciforme

Il gruppo di ricerca coordinato da Lucia De Franceschi del dipartimento di medicina ha pubblicato un articolo sulla rivista scientifica Blood in cui traccia una via per la riduzione dei danni collegati alla malattia

Il gruppo di ricerca della professoressa Lucia De Franceschi

L'università di Verona apre una nuova frontiera terapeutica per prevenire le complicanze dell'anemia falciforme, una grave malattia genetica che colpisce nel mondo circa 230mila bimbi ogni anno nell'area dell'Africa sub-sahariana, 2.600 e 1.300 nuovi nati rispettivamente in Nord America e in Europa.
Il gruppo di ricerca coordinato da Lucia De Franceschi del dipartimento di medicina dell'ateneo scaligero, diretto da Oliviero Olivieri, ha pubblicato sulla rivista scientifica Blood un articolo in cui si dimostra come il potenziamento della fase pro-risolutiva dell'infiammazione attraverso la somministrazione di resolvina D1 permette di ridurre i danni acuti relativi all'anemia falciforme. Il concetto è quello di potenziare i meccanismi endogeni pro-risolutivi anziché agire attraverso strategie anti-infiammatorie per il controllo del danno tissutale.
Il lavoro è stato realizzato in collaborazione con prestigiosi centri internazionali come la Harvard Medical School, la Sorbona a Parigi, l'università di Chieti, la Federico II di Napoli e il Brigham and women’s Hospital, dove lavora Charles Serhan uno degli esperti mondiali di resolvine e Carlo Brugnara del Boston Childrens hospital che si è formato all'ateneo veronese.

L'anemia falciforme è una delle malattie monogeniche più diffuse al mondo e in Italia. È causata da una mutazione dell'emoglobina, il principale componente dei globuli rossi, fondamentale per il trasporto dell'ossigeno a tutti i tessuti. Pazienti affetti da questa patologia, oltre ad essere anemici, in presenza di minimi stress come freddo, disidratazione, sforzo fisico, sono frequentemente soggetti a gravi eventi acuti, con danni d'organo gravissimi e spesso fatali per i giovani pazienti.

Lo studio ha analizzato il ruolo della resolvine D1 nei processi infiammatori legati all'anemia falciforme. La resolvina D1 è un membro della famiglia delle resolvine, molecole presenti nell'organismo umano, un potente mediatore chimico che agisce nell'organismo riducendo l'infiammazione e stimolando il sistema immunitario nei confronti di infezioni microbiche. «Con la nostra ricerca abbiamo dimostrato che, in un modello di anemia falciforme, la fase pro-risolutive degli eventi acuti è deficitaria, causando così un'amplificazione incontrollata della risposta infiammatoria - ha spiegato De Franceschi - Grazie a un intenso lavoro del team di ricerca multidiscipliare e grazie all’utilizzo di innovative tecniche analitiche abbiamo dimostrato che il trattamento con la resolvina D1 riduce l'infiammazione e previene i danni d'organo rallentando la progressione della malattia».
Il contributo prevalente di Alessandro Mattè dell'università di Verona nel disegno sperimentale e nell'analisi dei dati ha permesso di raggiungere questo importante risultato con una forte prospettiva applicativa anche per i pazienti affetti da questa patologia.
«Si tratta di un approccio innovativo al problema - ha aggiunto de Franceschi - infatti non sopprime l'infiammazione bloccando i meccanismi che la inducono, ma vengono potenziati quelli che la tengono sotto controllo e la accompagnano verso un rapido e positivo spegnimento. La potenziale efficacia terapeutica della resolvina D1 verrà verificata dai futuri trial clinici in pazienti falcemici, aprendo nuovi orizzonti verso molecole terapeutiche con funzione pro-risolutiva che possono ampliare le possibilità terapeutiche per la cura di una malattia ad oggi ancora fortemente invalidante e con alta mortalità».

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