Medici non specializzati in corsia: forti critiche da atenei di Verona e Padova

Mario Plebani e Domenico De Leo, presidenti delle scuole di medicina e chirurgia delle due università: «Le delibere regionali sono inadeguate e peggioreranno la prognosi di un malato già grave»

(Foto generica di repertorio)

L'assunzione di 500 medici neolaureati, abilitati ma non specializzati, rischia di svuotare ulteriormente gli ospedali pubblici veneti e veronesi, già strozzati dalla carenza di camici bianchi. Questo perché i medici strutturati, schiacciati da carichi di lavoro sempre in aumento, trovandosi ad assolvere anche la funzione di "tutor" senza nulla in cambio potrebbero darsi alla fuga verso l'estero o verso il privato. Il risultato che temiano è l'abbassamento del livello di assistenza.

Sono in linea con la posizione già espressa dalla Fnomceo (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), le parole del dottor Carlo Rugiu, presidente dell'Ordine dei Medici chirurghi e Odontoiatri di Verona. Parole che si riferiscono alle delibere della Regione Veneto che danno il via libera all'assunzione con contratti autonomi di 500 giovani medici (laureati e abilitati, ma non ancora in possesso della specializzazione), che frequenteranno un corso di formazione teorico e pratico al termine del quale, con il tutoraggio dei colleghi, verranno introdotti al lavoro nei pronto soccorso e nelle corsie di geriatria e di medicina generale. «Questi provvedimenti mi hanno colto di sorpresa - ha commentato Rugiu - Mi stupisce che una decisione così cruciale per il nostro sistema sanitario regionale e per la salute dei cittadini sia stata presa senza confrontarsi con gli Ordini dei Medici, che sono un organo sussidiario dello Stato, né con le Università di Padova e Verona alle quali spetta la formazione dei giovani e la specializzazione dei neolaureati».

Pur essendo ben preparati, specifica Rugiu, i camici bianchi freschi di abilitazione «non vanno mandati allo sbaraglio in settori sensibili, tanto meno con contratti di lavoro da precari. Un corso teorico e pratico di 92 ore non ha nulla a che vedere con le scuole di specialità (che durano da quattro a sei anni) né con la scuola di formazione in medicina generale (di tre anni), le quali prevedono ben poche lezioni frontali e molta pratica in laboratorio e in corsia. Se questa manovra dovesse essere messa a regime, c'è il rischio che ogni regione formi in maniera diversa i propri specialisti. Ciò non farebbe altro che aumentare ulteriormente il divario in termini di qualità dei servizi ed efficienza».

L'Ordine dei Medici di Verona ha ribadito che non è di medici che si sente la mancanza, ma di specialisti. Quello che andrebbe colmato è il gap tra il numero dei laureati e i contratti di specializzazione, attuando una programmazione rapida che renda più attrattivi gli ospedali pubblici, un tempo il punto di arrivo nella carriera di un giovane medico.

Carlo Rugiu, nelle sue parole, ha accennato alle università di Verona e di Padova, le quali hanno analizzato il provvedimento della Regione, che ha riportato al centro della cronaca il problema della carenza di medici specialisti. Carenza denunciata dall'Ordine dei Medici di Verona e anche dalle scuole di medicina e chirurgia delle due università venete.
Il problema, secondo i due atenei non è il fatto che i corsi di laurea in medicina sono a numero chiuso, bensì «la cronica carenza di borse di studio per medici laureati, che negli ultimi dieci anni ha impedito ad un terzo dei laureati di accedere alle scuole di specializzazione», scrivono Mario Plebani e Domenico De Leo, presidenti delle scuole di medicina e chirurgia delle università di Padova e Verona. Plebani e De Leo descrivono il problema come un "imbuto formativo", che «nasce - proseguono - dall'inadeguato finanziamento da parte dei ministeri competenti, ma soprattutto è figlio di un quadro di programmazione nazionale sbagliato, che ha penalizzato la professione medica con tagli sui fondi per la formazione, carichi di lavoro sempre più onerosi e stipendi bloccati da oltre dieci anni».

Il problema, quindi, non va visto solamente nell'errato rapporto fra medici neo-specialisti e colleghi che entrano in pensione, ma nel fatto che ogni anno almeno 1.000 neo-specialisti non entrano nel sistema sanitario nazionale e regionale perché lasciano l'Italia per lavorare in altri paesi europei - concludono De Leo e Plebani - Se, quindi, è vero che a carenze straordinarie, quali sono quelle evidenziatesi nella Regione Veneto negli ultimi tempi, servono interventi straordinari, le recenti delibere della Regione Veneto non solo appaiono inadeguate a risolvere la situazione, ma anzi peggioreranno la prognosi di un malato già grave. L'assunzione di medici non specializzati è destinata a determinare un duplice effetto negativo: abbassa la qualità dell'assistenza ai cittadini e preclude ai giovani laureati qualsiasi possibilità di carriera, impiegandoli a tempo indeterminato ma di fatto con una precarietà legata alle incertezze sull'inquadramento contrattuale e sulle modalità di copertura assicurativa.
Queste delibere, difatti, sono in evidente contrasto con i dispositivi della direttiva del Parlamento europeo in tema di scuole di specializzazione ed impedirebbero ai futuri medici di ottenere un titolo abilitante all'esercizio della professione in tutti i paesi europei.
La Regione Veneto sottolinea che queste delibere "coraggiose" sono il risultato di mesi di lavoro. Ebbene, in questi mesi la Regione non ha mai incontrato e discusso questa specifica tematica con le università di Padova e Verona, che pure avevano dato al riguardo la più ampia disponibilità. È bene ricordare che sono le leggi nazionali ed europee ad affidare all'università il compito di provvedere alla formazione dei medici, alla specializzazione dei medici neolaureati, come pure a realizzare i corsi post-specializzazione ed i master in collaborazione con gli ordini professionali.
Nelle delibere regionali, il previsto corso di 92 ore in aula più due mesi di tirocinio in corsia, che dovrebbe preparare i giovani neolaureati ad inserirsi nelle strutture sanitarie appare del tutto inadeguato a sanare i bisogni formativi, anche perché imposto a strutture non istituzionalmente votate alla didattica e formazione, e basato su criteri e programmi non definiti.
Tutto questo avviene in un quadro nazionale nel quale recentemente è stato finalmente aumentato il numero di posti nelle scuole di specializzazione e si è completato il percorso di accreditamento delle stesse scuole allargando la rete formativa, adottando criteri rigorosi di controllo della qualità della formazione e avviando percorsi di certificazione delle scuole stesse: percorso di accreditamento che ha visto gli atenei veneti conseguire risultati di assoluta eccellenza.
Non possiamo, quindi, che richiedere un confronto immediato con la Regione Veneto per impedire che le delibere già citate si traducano in un abbassamento dei livelli di cura e sicurezza per i pazienti e in un danno per i neolaureati, ossia in una pericolosa caduta dei livelli qualitativi della sanità regionale.

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