Più posti per laurea in medicina, Donazzan: «Ne servono di più nelle scuole di specialità»

Dopo l'annuncio del ministro dell'Istruzione Bussetti, replica l'assessore veneto Elena Donazzan: «Più posti nei corsi di Medicina e Odontoiatria aiutano, ma non sono sufficienti per avere più medici. Servirebbero, invece, più posti nelle scuole di specializzazione »

«Più posti per i corsi di laurea in Medicina e Odontoiatria. Lo avevamo promesso e l'abbiamo fatto. Oggi ho firmato i decreti che stabiliscono i posti per l’anno accademico 2019/2020. L'Italia ha bisogno di medici e l'azione strategica portata avanti da questo governo dimostra la volontà di colmare questo vuoto, muovendosi nell'interesse dei giovani e del Paese». L'annuncio del ministro dell'Istruzione e dell'Università Marco Bussetti, indipendente vicino alla Lega, ha scatenato una serie di perplessità, a fronte di un entusiasmo nei toni dell'annuncio che ha inevitabilmente portato con sé anche una certa dose di sarcasmo negli addetti ai lavori. 

Di cosa stiamo parlando? Si tratta dell'annoso problema denominato "carenza dei medici in Italia", e degli strumenti che l'attuale governo ha deciso di impiegare per risolverlo. Il ministro Bussetti ha firmato il 26 giugno i decreti che stabiliscono i posti per l’anno accademico 2019/2020. Quelli per Medicina e Chirurgia sono 11.568 (erano 9.779 lo scorso anno) e quelli per Odontoiatria sono 1.133 (erano 1.096). Il decreto per Medicina e Chirurgia passerà ora al Ministero della Salute, per essere controfirmato dalla Ministra Giulia Grillo.

Il tema è però un altro, vale a dire l'organizzazione stessa del percorso complessivo di formazione dei medici in Italia. Come funziona oggi? Semplice, è molto complicato. Dopo il test di accesso alle università di medicina e i sei anni curricolari, i giovani medici che conseguono la laurea devono anzitutto sostenere una serie di tirocini, tre di un mese ciascuno, e poi sostenere un test per ottenere l'abilitazione alla professione. Mediamente un neolaureato in medicina vede così trascorrere sei mesi dalla laurea per essere poi abilitato. Ottenuta l'abilitazione, un medico è un medico a tutti gli effetti? Sì e no. Lo è perché risulta iscritto all'ordine dei medici e deve quindi rispettarne gli oneri, lo è perché può sostituire i medici di base quando quest'ultimi si assentano, ad esempio, per andare in ferie e la continuità assistenziale deve essere garantita. Ma un medico neoabilitato per poter esercitare a tutti gli effetti la sua professione in ambito ospedaliero deve prima riuscire ad accedere a una "scuola di specialità", e per fare ciò è necessario partecipare al concorso nazionale che vede ogni anno circa 20mila iscritti a fronte di meno della metà dei contratti di formazione finanziati. Un medico neoabilitato, parimenti, non può nemmeno aprirsi un proprio ambulatorio ed iniziare a fare attività di medico di base, quella stessa attività che però può esercitare, per paradosso, regolarmente in forma vicaria, di supplente. Per farlo, per aprire cioè un suo studio personale, infatti, dovrebbe prima partecipare a un concorso (un altro rispetto a quello delle specialità) di "medicina generale" e, superato il test, frequentare tre anni di formazione.

Il grosso problema in Italia si ha soprattutto nell'ambito dell'accesso alle scuole di specialità, vale a dire a quella sorta di "borse di studio" che di fatto consentono ai medici neolaureati e neoabilitati di accedere nei reparti dei vari ospedali d'Italia per proseguire nella loro formazione, divenire a tutti gli effetti "medici", attraverso anche lo svolgimento di un'attività lavorativa ospedaliera per cinque anni. Qui è il tema centrale: molti, dopo l'annuncio del ministro Bussetti, hanno fatto presente che serve a poco aumentare il numero di posti nelle università italiane se non vengono parimenti aumentati i posti nelle scuole di specialità. Il rischio è anzi quello di creare un deleterio "effetto imbuto". Il prossimo concorso, che si svolge una volta all'anno in Italia ed è una sorta di supermegagalattico quizzone a crocette sullo scibile medico degno di una prima serata Rai, si terrà martedì 2 luglio e, ad oggi, ancora non risultano esattamente quanti posti vi siano a disposizione. Si parla di 8mila contratti di formazione, ma in molti medici neoabilitati, a pochi giorni dal test, brancolano nel buio circa il dato ufficiale. 

Al riguardo lo stesso ministro Bussetti ha spiegato: «L’Italia ha bisogno di medici, dobbiamo colmare questo vuoto. Chiaramente, è importante che corrisponda anche un incremento delle borse di specializzazione mediche. Ed è per questo che ci siamo mossi su questo fronte. Abbiamo aumentato le borse già a partire dallo scorso anno e anche quest’anno abbiamo incrementato le risorse di cento milioni in Legge di bilancio per finanziare nuovi contratti di formazione. Non ha alcuna utilità avere più laureati se poi non si specializzano e non possono esercitare». Ecco, per l'appunto. 

Anche l’assessore alla scuola e all’università della Regione Veneto, Elena Donazzan, non ha nascosto le proprie perplessità sull’enfasi con cui il ministro Bussetti e il governo avevano annunciato di portare a 11.558 i posti nei corsi universitari di medicina e a 1.133 quelli per Odontoiatria nel prossimo anno accademico: «Più posti nei corsi di Medicina e Odontoiatria aiutano, ma non sono sufficienti per avere più medici, - ha spiegato l'Ass. Elena Donazzan - soprattutto nel breve e medio periodo. Servirebbero, invece, più posti nelle scuole di specializzazione ed esami di abilitazione allineati con quelli di laurea. Oggi chi si laurea in medicina in Italia rischia di perdere da uno a tre anni di tempo prima di accedere alla scuola di specializzazione».

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