Oltre a quelli maschili, i Pfas interferiscono anche con gli ormoni femminili

Nuova evidenza scoperta dal gruppo di ricerca dell'università di Padova coordinato da Carlo Foresta: le patologie riproduttive femminili possono essere correlate all'azione dei Pfas sulla funzione ormonale del progesterone

Carlo Foresta

Circa quattro mesi fa era stata diffusa la prima scoperta del gruppo del professor Carlo Foresta dell'università di Padova, quella che definiva il meccanismo attraverso il quale i Pfas alterano lo sviluppo del sistema uro-genitale del maschio e la fertilità interferendo con l’attività del testosterone. Dopo quella pubblicazione nel Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, rivista di endocrinologia clinica sperimentale, adesso il gruppo di ricerca propone alla comunità scientifica una nuova evidenza: le patologie riproduttive femminili possono essere correlate all'azione dei Pfas sulla funzione ormonale del progesterone, ormone femminile che regola la funzione dell'utero. A questo risultato si è giunti dopo due anni di un lavoro coordinato dal professor Carlo Foresta e dal dottor Andrea Di Nisio, che ha valutato l'effetto dei Pfas sul progesterone analizzando, in cellule endometriali in vitro, come i Pfas interferiscano sull'attivazione dei geni endometriali da parte del progesterone.

In particolare è stato dimostrato che, su più di 20.000 geni analizzati, il progesterone normalmente ne attiva quasi 300, ma in presenza di Pfas 127 vengono alterati e tra questi ci sono anche quelli che preparano l'utero all'attecchimento dell'embrione. «La mancata attivazione di questi geni da parte del progesterone altera le importanti funzioni coinvolte nella regolazione del ciclo mestruale e nella capacità dell'endometrio di accogliere l'embrione - ha detto Foresta - e quindi giustificano il ritardo nella gravidanza, la poliabortività e la nascita pre-termine».

Le conseguenze cliniche di questi risultati sono state confermate da un recente studio della Regione Veneto sugli esiti materni e neonatali, che ha riportato un incremento di pre-eclampsia (edemi o ipertensioni nelle donne gravide), diabete gravidico, di neonati con basso peso alla nascita, di anomalie congenite al sistema nervoso e di difetti congeniti al cuore nelle aree a maggiore esposizione a Pfas.
La svolta dello studio del team di Padova è appunto quella di aver individuato un meccanismo che è alla base dello sviluppo di questi fenomeni. «A questo punto la comprensione di una interferenza importante dei Pfas sul sistema endocrino-riproduttivo sia maschile che femminile e sullo sviluppo dell’embrione, del feto e dei nati - ha spiegato ancora il professor Foresta - suggerisce l'urgenza di ricerche che favoriscano la eliminazione di queste sostanze dall'organismo, soprattutto in soggetti che rientrano nelle categorie a rischio. Allo stato attuale a livello internazionale non ci sono ancora segnalazioni, pertanto è preoccupante pensare che la lunga emivita di queste sostanze possa influenzare negativamente a lungo tutti questi processi, forse anche nelle generazioni future».

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La conferma deriva anche dalla analisi dei questionari sulla salute riproduttiva ai quali sono state sottoposte 115 ragazze ventenni residenti nell'area rossa veneta, confrontando le risposte con un gruppo di 1.504 giovani donne di pari età non esposte a questo inquinamento. «Dall'analisi su questo campione di ragazze esposte a Pfas probabilmente già in fase embrionale - ha concluso Carlo Foresta - è emerso un significativo ritardo della prima mestruazione di almeno sei mesi e una maggior frequenza di alterazioni del ciclo mestruale. Tutti questi segni depongono per una interferenza da parte di questi inquinanti ambientali sull'attività degli ormoni sessuali nella donna».

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