Aids, a Verona il maggior tasso d'incidenza della malattia in Veneto

L'1 dicembre è la Giornata mondiale contro l'Aids e la Regione ha pubblicato un nuovo rapporto sulla presenza del virus. La terapia antiretrovirale è utile, ma non diminuisce lo stigma nei confronti di chi è malato

Una ricostruzione del virus dell'Hiv (Foto di repertorio)

Domani, 1 dicembre, è la Giornata mondiale per lotta all'Aids. Per l'occasione, la Regione Veneto ha pubblicato il nuovo rapporto sulla malattia realizzato a cura della direzione prevenzione e contenente i dati epidemiologici aggiornati al 31 dicembre 2017.

Per quanto riguarda l'infezione da Hiv, dal 1988 in Veneto sono state segnalate 13.451 nuove diagnosi. A queste si dovrebbero aggiungere le persone che potrebbero aver contratto la malattia ma che non ne sono ancora a conoscenza perché non hanno effettuato il test. Si può quindi stimare tra i residenti nel territorio regionale, sottraendo i casi deceduti, che nel 2017 in Veneto siano circa 8.092 le persone con infezione da Hiv, in carico ai servizi sanitari regionali.
Dal biennio 2009-2010 il numero di nuove infezioni si è stabilizzato tra i 250 e i 300 casi, mentre risultano essere 240 i casi Hiv segnalati nel corso del 2017.
Dal 1984 a dicembre 2017, sono state notificate 3.837 diagnosi di Aids per soggetti residenti sul territorio regionale. Complessivamente, tra tutti i casi segnalati sino al 2017, sono stati notificati 2.540 decessi. Con il calo progressivo nel numero di decessi che si è verificato dopo il 1996, il numero di casi prevalenti, è andato aumentando, giungendo ad un totale di 1.297 pazienti nel 2017.
La probabilità di sopravvivere per coloro che si sono ammalati nel periodo compreso tra il 1996 e il 2000, a due anni dalla diagnosi, si attesta attorno al 68%, diversamente che per coloro che si sono ammalati precedentemente, per i quali tale percentuale è inferiore al 40%. A cinque anni dalla diagnosi, l'incremento della probabilità di sopravvivenza risulta essere ancora maggiore.

All'interno del territorio regionale, la provincia che, nel corso del 2017, presenta il maggiore tasso di incidenza di casi di Aids è quella di Verona. Il maggior numero di casi segnalati provengono dalle Ulss Euganea (9 casi), Berica (7 casi) Marca Trevigiana (6 casi).
Il 77,4% dei casi di Aids è di genere maschile. Poco meno del 76% della totalità casi ha un'età alla diagnosi compresa tra i 25 e i 44 anni, anche se l'età media è in netta crescita negli anni sia per gli uomini che per le donne.
Focalizzando l'attenzione sulla nazionalità dei casi di Aids tra i residenti in Veneto, si osserva un progressivo aumento del numero di casi tra gli stranieri, fatto questo che non sorprende anche alla luce del forte movimento migratorio che ha interessato il nostro Paese negli ultimi anni. Dal 2000 al 2017 la percentuale di stranieri affetti da Aids e residenti in Veneto si attesta attorno al 30%.

L'assistenza ai pazienti con infezione da Hiv in Veneto è affidata ai Centri di Malattie Infettive. In questi centri è possibile fare il test per Hiv in modo anonimo e gratuito e senza impegnativa del medico. Inoltre vengono presi in carico i pazienti con infezione documentata.
La privacy dei pazienti è assicurata secondo quanto previsto dalle normativa nazionale e regionale e una volta documentata l'infezione, è prevista una esenzione della quota di partecipazione che rende le procedure diagnostiche e terapeutiche esenti da pagamento.

L'Ulss 9 Scaligera conferma che le persone sieropositive non muoiono più se diagnosticate precocemente e trattate con la terapia antiretrovirale. Ora il paziente convive pressoché normalmente con una infezione cronica e invecchia come le persone di pari sesso ed età senza infezione. Le situazioni drammatiche e di emergenza che hanno caratterizzato i primi anni dell'epidemia sono dunque un ricordo lontano.
Il riscontro di nuove infezioni, presso il Centro di Malattie Infettive di Verona, nel 2018 è stabile rispetto agli ultimi due anni, con la metà circa dei casi diagnosticati in persone straniere e con la percentuale di donne che raggiunge l'altro sesso. La diagnosi in tutti i casi è stata fatta precocemente rispetto al momento di infezione e tanto più precoce è la diagnosi tanto più rapido l'inizio della terapia e la conseguente interruzione di trasmissione dell'infezione a soggetti sani. La possibilità inoltre di poter effettuare una profilassi antivirale nei soggetti sieronegativi a rischio di acquisizione dell'infezione sulla base dei loro comportamenti, costituisce un elemento in più a favore dell'interruzione della catena epidemica, come dimostrato nei paesi dove sono già state attuate delle campagne a tal proposito.

A fronte di questi enormi progressi della ricerca scientifica, nell'ambito della cura va detto che lo stigma della nostra società nei confronti delle persone sieropositive non è diminuito di pari passo. Questo si nota purtroppo anche in ambito sanitario, dove ai pazienti sieropositivi vengono talvolta riservati percorsi differenziati, rispetto agli altri pazienti, senza tener conto di quanto maggiore possa essere il rischio di trasmissione con pazienti che non conoscendo il loro stato e non sottoponendosi alle terapie sono certamente più a rischio di trasmettere il virus rispetto ai soggetti sieropositivi in terapia che dichiarano il loro stato.

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