Altromercato Campus, commercio equo contro i cambiamenti climatici

«Maneggiare con cura. Cambiamento climatico e fair trade» è stato il titolo dell'appuntamento, realizzato in collaborazione con il dipartimento di economia aziendale dell'università di Verona

Altromercato Campus

Eventi atmosferici avversi in aumento vertiginoso, stagioni calde sempre più lunghe e con temperature record, attacchi di parassiti con un'intensità prima inimmaginabile, produzione di caffè calata di un terzo in soli cinque anni; sono solo alcuni esempi degli effetti del cambiamento climatico sulle produzioni agricole che si sono trovati a fronteggiare i produttori italiani e internazionali di Altromercato, la più grande organizzazione di commercio equo e solidale in Italia e la seconda al mondo. Sono state le loro storie di resilienza, le protagoniste della terza edizione di Altromercato Campus, andato in scena oggi, 12 ottobre, al polo Santa Marta dell'università di Verona.

«Maneggiare con cura. Cambiamento climatico e fair trade», il titolo dell'appuntamento, realizzato in collaborazione con il dipartimento di economia aziendale dell'università di Verona. Una giornata di incontri, workshop, degustazioni, mostre e sfilate, in cui è emerso come il fair trade possa essere una leva concreta per contrastare i cambiamenti climatici nel Sud e nel Nord del mondo. «Abbiamo iniziato tanti anni fa per una questione di giustizia - ha raccontato Cristiano Calvi, presidente Altromercato - Ci ribolliva il sangue quando ci raccontavano dei coyotes, gli intermediari locali che insieme alle multinazionali affamavano i produttori di caffè in Messico. Trent'anni dopo, con la stessa logica, affrontiamo la crisi climatica, che colpisce in primis i più vulnerabili».

Fao, Nazioni Unite, Banca Mondiale, sono tutti concordi. I cambiamenti climatici stanno picchiando duro sui piccoli produttori e nei prossimi trent'anni migliaia di loro dovranno abbandonare le loro terre perché non riusciranno più a produrre. Da tempo, infatti, questi subiscono gli effetti del riscaldamento globale e provano a combatterlo adottando diverse tecniche e modelli in alcuni casi replicabili. «A causa degli eventi atmosferici estremi, alcune parti dei campi dei nostri coltivatori di riso non sono più utilizzabili, mentre per il resto del Paese, la resa è molto bassa - ha spiegato Vitoon Ruenglert Panyakul, agronomo esperto di agricoltura biologica e commercio equo, che fa parte di Green Net, realtà tailandese produttrice di riso Thai, aloe vera, latte di cocco, pioniera dell’agricoltura biologica - I piccoli contadini marginalizzati sono gli ultimi responsabili dell'emissione dei gas serra, ma quelli che ne pagano il prezzo più alto. Da più di 10 anni, in collaborazione con la nostra organizzazione partner, la Earth Net Foundation, forniamo loro supporto tecnico e finanziario per migliorare la gestione delle acque e la diversificazione delle colture. Più di cento contadini hanno aderito».
Un altro sostegno viene dato insegnando loro a realizzare il biochar, carbone vegetale che si ottiene tramite degradazione termica dei gusci delle noci di cocco. È un ottimo fertilizzante per il suolo e permette il riutilizzo dei gusci, che altrimenti costituirebbero rifiuti che i villaggi dovrebbero smaltire.

«Oltre alle dinamiche di mercato, come agricoltori dobbiamo sempre più fronteggiare le conseguenze del cambiamento climatico - ha confermato Giovanni Girolomoni, figlio di Gino, fondatore della cooperativa marchigiana di agricoltori che praticano da più di 40 anni esclusivamente l’agricoltura biologica nel settore dei cereali - Abbiamo fenomeni sempre più intensi, con grossi problemi di dissesto idrogeologico ed erosione nelle nostre colline». La prima misura adottata per mitigare le conseguenze del cambiamento climatico è stata quella di assicurare i raccolti per gli eventi atmosferici avversi; la seconda, la promozione nelle proprie aziende agricole delle tecniche dell’agricoltura conservativa e rigenerativa, quali le rotazioni e minime lavorazioni e colture di copertura, per migliorare la fertilità dei terreni; il terzo punto è la ricerca sui semi, come i cosiddetti grani antichi, più resilienti ai cambiamenti climatici. «Ci rendiamo conto che queste soluzioni sono probabilmente solo dei palliativi alla conseguenze del cambiamento climatico, la cui mitigazione richiede invece decisioni immediate e dall’impatto. L’obiettivo è non tanto salvare il mondo, ma non stare dalla parte di quelli che lo distruggono».

Voci allarmistiche sul futuro del pianeta a causa del riscaldamento globale arrivano concordi da enti e istituzioni che si occupano di ambiente: «Un nostro recente studio mostra come, nel 2100, il livello del mare lungo le coste italiane si alzerà di un metro - ha spiegato Federico Testa, presidente dell'Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e docente dell’università di Verona - Così molte delle banchine portuali saranno sommerse e saremo costretti a ricostruire i porti».
Dunque, che fare? «Se nei Paesi sviluppati serve ridurre la produzione di anidride carbonica e puntare sulle energie rinnovabili, in quelli in via di sviluppo, invece, energia vuol dire reddito e salute. Anche sul cibo, occorre un approccio sostenibile per livelli di sviluppo diversi dai nostri. Credo che la risposta sia investire tanto in ricerca e innovazione, per trovare rispose ai bisogni specifici», come ha sottolineato anche David Bolzonella, docente di impianti chimici del dipartimento di biotecnologie dell'università di Verona, che ha parlato dei sistemi di energia rinnovabile che possono contribuire ad alleviare gli effetti negativi del climate change.

Tra le novità 2019 di Altromercato Campus, la sessione del pomeriggio, di matrice più accademica, ha approfondito i temi del fair trade in una prospettiva scientifica di respiro nazionale, con la partecipazione di docenti e ricercatori anche delle università di Trento, Perugia e Firenze.

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